DOMENICO ADAMO

(di Armando Orlando)

 

Questo lavoro è dedicato a mio padre e a tutti i calabresi emigrati nel mondo

un poeta e la sua terra

Libro finalista al Premio Calabria di Villa S. Giovanni – sezione saggistica, edizione 1988

  

P R E S E N T A Z I O N E

             Sono venuto a conoscenza dell’esistenza di Domenico Adamo nel mese di ottobre del 1966, quand’ero studente di Ragioneria e frequentavo con gli amici la bottega di vino di Ciccio Marsico ed Alessandro Berardelli, a San Mango d’Aquino.

            Nel cassetto di un vecchio armadio che fungeva da bancone Gino Marsico, figlio di uno dei proprietari e membro della comitiva, trovò allora un libretto di poche pagine, ingiallito dal tempo, e sulla copertina c’era scritto: “Domenichino Adamo – Musa bruzia – Brooklyn, N.Y. – 1932”

            Lo aprii e lessi la prima poesia: “Cara Zampugna”.

            Da allora la curiosità per Domenico Adamo non ebbe più fine, ed il mio interesse fu infinito. Rovistando nell’Archivio dello Stato Civile del Comune riuscii a recuperare il registro che conteneva l’atto di nascita.

            Venni a sapere che cento anno or sono, ed esattamente il 5 settembre del 1888, alle ore 8:20 pomeridiane, nella casa di via Arella nasceva, da Francesca Tomaino e da Giuseppe  Adamo, muratore di anni 28, un bambino al quale veniva dato il nome di Domenico.

            La mattina dopo il bambino venne dichiarato all’anagrafe, testimoni Saverio Notarianni, contadino, e Virgilio Torchia, barbiere; Ufficiale di Stato Civile Alfonso Maria Angotti.

            Il vecchio registro comunale, pieno di polvere ed abbandonato in mezzo a tante carte ingiallite, riportava un’altra annotazione: sposato il 3-12-1910 con Ferraro Francesca di Tommaso e di De Cicco Domenica; morto nel 1964 in America.

            Questo è tutto ciò che di Domenico Adamo riuscii a sapere al Municipio. Ma la ricerca continuò altrove.

            Accompagnato da Giacinto Trunzo, che assieme agli altri della comitiva frequentava quella che noi scherzosamente chiamavamo “bettola”, mi rivolsi ad Annibale Berardelli, una mitica figura di emigrato che in America aveva ricoperto incarichi di prestigio nella polizia federale e nella carriera diplomatica e che, una volta collocato in pensione, era venuto a trascorrere gli ultimi anni della sua vita nel paese natio.

            Annibale Berardelli mi fornì notizie essenziali sulla vita di Domenico Adamo, e mi parlò anche della bottega di sarto che il poeta aveva avviato a Brooklyn e che era diventata luogo di ritrovo e punto di riferimento per molti artisti emigrati.

            Da questa prima raccolta di notizie si è sviluppato un lavoro che è stato costante negli anni e che mi ha portato ad avere, oggi, un quadro completo della vita del poeta.

            Dopo alcuni incontri con Emilio Frangella, direttore di “Calabria Letteraria”, il quale fu per un certo periodo in corrispondenza con Domenico Adamo, ebbi altri contatti con gente emigrata; qualcuno mi parlò del figlio di Francesca “a zoppa” perché nel paese aveva letto le lettere del poeta alla vecchia madre, mentre Antonio Chieffallo, emigrato residente a Cleveland, nell’Ohio, mi spedì un fascicolo contenente diverse poesie.

            Infine, dopo vari tentativi, ecco l’incontro determinante con alcuni membri della famiglia di Domenico Adamo: Adelina, la figlia più piccola nata in America e sposata con un professore del New Jersey, e Beatrice, la figlia più grande rimasta sempre in Italia.

            A loro ho consegnato copia di tutto ciò che avevo scritto su Domenico Adamo: un articolo pubblicato a Nicastro nel 1966 sul giornale degli Scouts; un articolo del 1975 ed uno del 1980 pubblicati su “Calabria Letteraria”; un opuscono di 18 pagine ciclostilato in proprio nel 1982 e diffuso in cento copie; ed infine una copia del primo libro di storia, folklore, tradizioni e posia di San Mango d’Aquino, scritto nel 1977 con Antonio Sposato e contenente anche alcune poesie del padre.

            Le figlie di Adamo si mostrarono sorprese per l’attenzione e l’interesse suscitati, e recatesi a visitare la casa paterna, a San Mango d’Aquino, notarono anche il fatto che molta gente ricordava ancora il poeta e lo chiamava Domenichino, il diminutivo che affettuosamente gli avevano dato parenti ed amici.

            Gli incontri con Adelina e Beatrice mi hanno dato, così, la possibilità di conoscere meglio il poeta: personaggio timido e modesto, mite e gioviale, schivo e solitario, con animo oscillante tra il ricordo e la speranza.

            Egli visse sempre lontano da mondo della cultura ufficiale, e preferì passare il tempo dedicato all’arte insieme con pittori, poeti e narratori che si raccoglievano nel chiuso della sua bottega di sarto, lungo i viali di Brooklyn, oppure si ritrovavano in casa di amici e nei ristoranti per le cene conviviali.

            Riservato al massimo, preferiva nascondere persino il giorno della nascita per non festeggiarne la ricorrenza: “Noi con lui non siamo mai riuscite a conoscere il giorno esatto del suo compleanno”, hanno dichiarato a questo proposito le figlie.

            Non partecipò mai a concorsi letterari, eppure nel 1959 un’associazione con sede in Belgio gli assegnò una medaglia d’onore per elevati meriti sociali.

            Adelina dopo l’incontro avuto in Calabria mi scrisse una lettera dall’America dove – fra l’altro – così si espresse: “…Papà parlava spesso della sua terra natia. Quando ho letto il libro su San Mango l’ho fatto anche per lui, perché so che l’avrebbe goduto molto…”. Parole che confermano quanto amore Domenico Adamo ha avuto nel cuore per la sua terra d’origine.

            Un amore che gli ha dato la forza di sperare fino alla fine in un nuovo viaggio in Calabria, dove non tornava da più di 40 anni; ma questo viaggio non ebbe luogo, perché il poeta una sera non tornò più a casa. Lo cercarono per molte ore, nella bottega e per le strade, ma lo ritrovarono in un letto d’ospedale, in coma, vittima di un incidente stradale; dal momento dell’investimento non aveva più ripreso conoscenza, e qualche giorno dopo Domenico Adamo morì.

            Era il 10 marzo 1964.

            Sono passati più di vent’anni da quando ho letto la sua prima poesia, ed oggi ho chiara nella mente tutta la sua vicenda umana e poetica; una vicenda racchiusa tra i luoghi dell’infanzia, le idee giovanili, l’incomprensione dei contemporanei, gli ideali della maturità, il desiderio di cambiamento, la partenza per l’America, il lavoro, una buona posizione economica, la famiglia, e poi ancora la depressione di Wall Street del 1929, la tenacia, il ricominciare daccapo,  la nascita dei figli, i ricordi, la nostalgia, la bottega con le tendine abbassate e lui dentro che scriveva o dipingeva, gli incontri con gli altri artisti emigrati…

            Attimi di vita, episodi, sentimenti, circostanze comuni ad una schiera innumerevole di uomini e di donne costretti a scegliere la via dell’emigrazione per dare un senso ed uno scopo alla propria vita.

            Nel periodo che va dal 1880 al 1924 più di 4 milioni e mezzo di italiani varcarono i confini degli Stati Uniti, e più tardi altri ancora partirono verso i paesi europei, il Canada, l’Australia. Dalla Calabria partono ancora oggi e gli emigrati, in massima parte giovani, si portano dentro la speranza di una vita migliore.

            In molte parti del mondo questi emigrati, per mantenere il legame con la propria terra, sono riusciti a creare un “altro” paese, simile per dialetto, per costumi e per tradizioni a quello lasciato; un paese doppio, un paese sosia, dove l’emigrato che non riesce a vivere lontano – ha scritto Vito Teti – torna con il pensiero al paese, vive il paese come sua ombra perduta, abbandonata o venduta.

            Perché gli emigrati hanno bisogno di un punto di partenza da non dimenticare – aggiunge Franco bartucci – e se essi uccidessero il paese ucciderebbero se stessi, così, in questi paesi doppi, l’emigrato in un certo senso non è mai partito, ma rimane sempre nel luogo di origine.

            Molti centri della Calabria hanno in America i loro paesi doppi; lo stesso luogo di origine di Domenico Adamo, per esempio, ha sviluppato attorno alla “San Mango d’Aquino Society” di Scranton, in Pensilvania, un sodalizio di grande importanza, mentre altre associazioni vanno nascendo (ultima, in ordine di tempo, quella di Winnipeg) ed intere vie di Montreal, Toronto, Cleveland, Sault Ste Marie sono occupate da famiglie di emigrati provenienti dallo stesso paese.

            Ed è qui che la comunità degli emigrati cerca di ricostruire l’ambiente lasciato in Italia.

            “Come è commovente vederli raccogliersi sotto le bandiere dei maggiori da loro venerati – ha scritto Guido Cimino a proposito dei lavoratori italiani all’estero – lo si è visto quando si è spento l’astro di Michele Pane, e creare le loro riviste, fatte alla buona, con molto cameratismo, ma sempre con molta intelligenza, per dare al minuto popolo d’Italia che vive sotto altro cielo “la Parola” della cultura, o il “Compasso” per la misura delle proprie e delle altrui forze, o la civetteria di una bella edizione che faccia colpo anche sui letterati rimasti al paese a sbarcare faticosamente il loro lunario…”.

            Sensi di solidarietà e di fratellanza, brandelli di umanità che sono rimasti vivi fra le comunità di emigrati e che resistono all’incalzare del tempo, come mi ha confermato recentemente Giovanni Chieffallo, giovane emigrato calabrese in Canada, socio fondatore e poi presidente dell’Associazione “Calabresi nel mondo”, un sodalizio che ha tenuto a Montreal la sua prima assemblea di fondazione nel 1983.

            Sentite come Francesco Greco, uno dei più noti poeti italo-americani, ha ricordato in un suo scritto l’incontro con Domenico Adamo:

“Andavo di tanto in tanto a far visita ad Eugenio Adamo che risiedeva a Read Bank nel New Jersey; vi andavo in compagnia di Riccardo Cordiferro ed altri amici specie d’estate, per godere le bellezze di quel meraviglioso paesaggio e della superba spiaggia di Long Beach, ritrovo aristocratico molto vicino a Read Bank. Passavamo bellissime ore, parlavamo dell’Arte, di sogni e della nostra cara e tanto amata Calabria. Il caro Eugenio – ora da anni passato a miglior vita – mi disse di avere un cugino a Brooklyn, non molto lontano da dove abitavo io, e mi diede il suo indirizzo. Fu così che incontrai Domenico Adamo…”.

            Il nostro paeta, dopo il suo primo viaggio in Italia, aveva ripreso a scrivere, ispirato forse dai canti di Michele Pane ed incoraggiato dai giornali locali come “La verità”, “Il progresso italo-americano”, “Scrittori Calabresi”, “La follia di New York”; era così entrato nel mondo vasto ed affascinante degli artisti italiani all’estero, ed aveva fatto la conoscenza di numerosi poeti, scrittori, musicisti, i quali erano soliti riunirsi e dar vita ai loro famosi incontri conviviali al Leone Restaurant, nella quarantottesima strada di New York City.

            Uno di questi giornali, “La follia di New York”, era stato fondato da Alessandro Sisca, calabrese nato nel 1875 ed emigrato in America nel 1892, autore della canzone “Core ‘ngrato”, scritta in dialetto napoletano con lo pseudonimo di Riccardo Cordiferro. E’ a lui, a Riccardo Cordiferro che tante volte aveva inserito le sue poesie nell’angolo dei poeti ritagliato sul giornale, invitandolo a continuare a cantare sempre “come l’usignolo che canta nell’ombra per rallegrare la sua solitudine”, è a lui che Domenico Adamo dedicherà, in memoria, la lirica “Qual fulgente stella”, definendo il Sisca “guida che ci ammaestra e ci affratella verso la meta dell’umanità”.

            E dopo la pubblicazione delle liriche su riviste e giornali, dopo l’uscita dell’antologia di Spataro e dopo le due edizioni di Musa Bruzia, la vicenda umana di Domenico Adamo continua; nell’animo del poeta ritornano i ricordi, e con i ricordi ritorna travolgente la nostalgia.

            Ma all’improvviso ecco la morte porre fine alla sua avventura terrena.

            Il 5 settembre 1988 ricorre il centenario della nascita di Domenico Adamo, ed io, che mi ero assunto l’impegno di curare un lavoro dedicato interamente e lui per colmare una lacuna della letteratura calabrese e per rendere onore ad un figlio della nostra terra tanto coraggioso quanto dimenticato, posso dire di aver svolto, con questo libro, il mio compito.

            Ora la parola passa agli altri: agli studiosi della letteratura per illustrarne le opere e la poesia, ed alle autorità civili ed amministrative per ricordare una vita ricca di valori e di dignità. 

Armando Orlando

 San Mango d’Aquino, novembre 1987.

  

 

L’A M B I E N T E

             Una comunità basata sul lavoro e cementata da innumerevoli forme di vita sociale; una comunità dove i rapporti di parentela, la religione, gli usi ed i costumi tenevano legati gli uomini e li facevano dipendere gli uni dagli altri; un paese cresciuto attorno al campanile e chiuso in se stesso, con un’economia ai margini della sussistenza, avvolto in un isolamento secolare, lontano dalle grandi correnti di traffico; una società caratterizzata dall’insicurezza e dalla fatica quotidiana, ma ricca di feste, di tradizioni, di abitudini, di valori…

            Un paese dove la gente passeggia, la sera, sulla strada principale, ed è qui che avvengono gli incontri e che nascono i primi amori; un paese dove l’intellettuale, il commerciante e l’artigiano frequentano il bar, mentre il contadino si accontenta della piccola osteria; un paese dove mariti e mogli non si mostrano mai insieme, e sulla strada camminano uno davanti e l’altra dietro; un paese dove la piazza principale diventa il centro della vita e dove gli uomini si dispongono in cerchio davanti alla chiesa, ogni domenica, per aspettare l’uscita della Messa ed ammirare le donne e le ragazze…

            E’ qui che è nato, nel 1888, Domenico Adamo; un paese che ha per nome San Mango d’Aquino, ma che potrebbe essere uno dei tanti paesi della Calabria, tanto erano simili le comunità meridionali tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.

            L’insieme delle condizioni culturali, economiche e sociali, la mentalità, il costume e l’ambiente del tempo influirono notevolmente sulla formazione del poeta, ed i suoi primi 24 anni di vita trascorsi in Calabria, salvo l’esperienza napoletana che durò 6 anni, costituirono una fonte inesauribile di ispirazione per i suoi componimenti.

            Quegli anni diventarono punto di riferimento non solo per l’aspetto nostalgico e sentimentale della sua opera, ma anche ed essenzialmente per le poesie “sociali”, in quanto Domenico Adamo portò sempre nel cuore i ricordi di povertà e di arretratezza nelle quali vivevano gli uomini del suo tempo, e gran parte delle sue opere furono dedicate, come vedremo, al riscatto delle popolazioni sofferenti ed oppresse.

            Le sofferenze dei poveri – ha scritto Jerome Blum – non occupano più di qualche pagine nei libri di storia; per le classi dominanti possediamo invece documenti, oggetti, ritratti e case.

            La poesia di Domenico Adamo, se attentamente analizzata, non solo ci aiuta a comprendere le inquietudini della vita di quel tempo, ma ci conduce verso un filone letterario di crudo realismo che rende onore alla soggezione dei contadini ed alla loro appartenenza a quello che era considerato l’ordine più basso della società; una soggezione ed un’appartenenza che si riflettevano nell’atteggiamento delle restanti classi sociali: proprietari terrieri e commercianti, nobili e borghesi – infatti – ne approfittavano per imporre le loro leggi e per godere di privilegi acquisisti con la forza.

            Esclusi dalla partecipazione attiva alla vita della collettività, i contadini avevano accettato la loro condizione di inferiorità e di oppressione senza ribellarsi, subendo di volta in volta i pesi fiscali, i dazi e le gabelle, le decime, le imposte sul macinato e tutti gli altri obblighi di natura feudale, entrati nella consuetudine attraverso un uso immemorabile ed esercitati sempre da posizioni di forza.

            La società divisa in classi, con deboli e oppressi da una parte e ricchi e violenti dall’altra, sarà un tema costante nella poesia di Domenico Adamo, e queste considerazioni sulla società troveranno conferma anche dopo l’emigrazione in America, quando il poeta si troverà ad analizzare la complessa realtà di una metropoli come New York.

            La vita dei contadini in Calabria, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, veniva ancora scandita dall’alternarsi delle stagioni e dal ciclo dell’aratura, della semina e del raccolto; una vita condizionata dall’avventura meteorologica del tempo e dall’avvicinarsi della festa, con rituali legati sia al calendario ecclesiastico sia alle attività agricole nei campi.

            Il villaggio era formato in massima parte da una comunità rurale  dove ogni membro della famiglia doveva lavorare, di solito, dall’alba al tramonto, per poter guadagnare qualcosa da mangiare o da portare a casa.

            Parlare oggi delle condizioni di vita dei contadini, riuscire a far capire all’uomo moderno, alla gente delle città, alle nuove generazioni le sofferenze e le miserie di quel tempo è assai arduo, perché la tecnologia ha letteralmente travolto quella forma di civiltà; per rendere comprensibili quelle avversità, comunque, basti solo un esempio: nelle comunità rurali di tutto il Mezzogiorno, fino a qualche decennio addietro, la vita con gli animali in casa era normale in molte famiglie, le quali soffrivano non solo per il cibo e per il vestire, ma anche per il modo di abitare.

            I pochi locali disponibili, costruiti con il legno, le pietre, la creta, dovevano essere divisi con gli animali domestici, i quali costituivano spesso una preziosa ed insostituibile fonte di reddito per le famiglie numerose del tempo.

            In una società così articolata, tra una classe dominante ed un ceto operaio e contadino immiserito, trovavano posto, accanto a mestieri tradizionali d sarto, barbiere, muratore, calzolaio, falegname, fabbro ferraio e carpentiere, mole altre attività legate al mondo rurale: il maniscalco che lavorava i ferri di cavallo, il bottaio che preparava le tinozze con doghe e cerchi di ferro, il cestaio, le donne che filavano e tessevano il lino e la lana, le famiglie che curavano l’allevamento del baco da seta, il mugnaio che macinava il grano con i suoi mulini ad acqua…

            Un mondo che oggi è in massima parte scomparso, e che ha portato con sé il senso della solidarietà acquisito dalla gente nel corso di secoli di vita in comune nel villaggio; un senso di solidarietà che è giunto fino a noi solo come ricordo e che ha trovato la sua massima espressione in feste, cerimonie particolari, manifestazioni e tradizioni le cui origini si perdono nella notte dei tempi.

            Gli stretti rapporti originati dalla vita nel villaggio, infatti, avevano facilitato la formazione di una forte coscienza comunitaria: si lavorava assieme, si andava in chiesa assieme, si celebravano assieme le feste, si prendevano assieme decisioni importanti.

            Chi non ricorda, a questo proposito, le donne che si ritrovavano al fiume per lavare i panni? E l’uccisione del maiale alla presenza di amici e familiari? E l’attesa della farina nel mulino, mentre gli ingranaggi della macina venivano azionati dallo scorrere lento delle acque? Quelle stesse acque usate per la macerazione del fusto della fibra di lino, che doveva servire per ricavare tessuti e tovaglie per la famiglia? Chi non ricorda le feste con gli amici e le serenate?

            In un sistema così organizzato, grande importanza assumeva il folklore; folklore inteso come assieme di credenze, di usanze, di ricorrenze che spiegano eventi e fenomeni comuni a tutti i paesi rurali della civiltà contadina e che segnano momenti di particolare significato nella vita del villaggio e nella vita di ogni individuo.

            Folklore inteso come il prodotto di una società immobile, conservatrice, frutto di un sistema economico basato su un regime di autosufficienza, avente al centro la famiglia patriarcale, dove i ruoli si presentavano ben definiti e dove la ricchezza era rappresentata dal numero di braccia disponibili, e quindi dai figli.

            Questa era San Mango d’Aquino nella prima metà del Novecento: un paese povero, con una classe dominante sempre più avara ed esigente e con una massa di contadini e di operai alla mercè dei signorotti locali; ma anche un paese con una propria identità, una propria storia, una propria cultura.

            Una cultura ricca di tradizioni, che l’avvento della tecnologia ha oggi disperso, e vani sono i tentativi messi in piedi per farla rivivere, questa cultura, perché l’aspetto originario delle feste popolari è andato smarrito, e perché è stato assoggettato alle regole dell’attrazione turistica tutto ciò che ha rappresentato il patrimonio di un’intera comunità.

            Una cultura che – ha scritto Vito Teti – in passato è stata sommersa, soffocata, distrutta, negata; e negli ultimi tempi è stata falsata, stravolta attraverso tentativi di strumentalizzazione, mitizzazione, utilizzazione acritica e interessata.

            E così oggi, in questa società industriale e post industriale, del mondo contadino è rimasta solo la memoria storica; una memoria che viene spesso alimentata con le immagini fotografiche e con gli scritti.

            Domenico Adamo, che ha conosciuto la triste realtà della civiltà contadina e che dopo la partenza verso l’America ha sempre portato nel cuore le aspirazioni delle classi umili, ha rappresentato egregiamente questo mondo ora scomparso, grazie alle sue idee, ai suoi canti, alla sua religiosità, ma grazie anche al suo amore per la libertà, al suo coraggio, alla sua tenacia nel difendere la dignità delle persone umane, vivendo sulla propria pelle le tristi esperienze dell’abbandono e dell’emigrazione.

            La sua opera, tuttavia, non si è limitata a rappresentare l’esistente né a rimpiangere nostalgicamente il passato: essa è andata oltre, levando un grido di protesta per le ingiustizie del tempo ed inchiodando alle proprie responsabilità gli oppressori, i violenti, i manipolatori di una società basata più sul profitto che sulla solidarietà umana.

            E’ per questo che la sua poesia appare oggi più viva ed attuale che mai.

  

LA  VITA

             Domenico Adamo nacque a San Mango d’Aquino nel mese di settembre del 1888. Il padre, Giuseppe, veniva da una famiglia di muratori; la madre, Francesca Tomaino, veniva da una famiglia di proprietari. Il fratello de nonno materno, Pietro Tomaino, fu sacerdote e poeta.

            Egli frequentò le scuole elementari nel paese e prestò la sua opera di apprendista presso un sarto. Nel 1902 andò a Napoli a specializzarsi nel mestiere, e restò nella città partenopea fino al 1908. Ritornato a San Mango, aprì una sartoria ma nel 1910 si trasferì a Cleto (CS), dove sposò Francesca Ferraro, figlia di Tommaso, commerciante.

            A Savuto nacque la sua prima figlia, Beatrice, la quale sposò Giacomo Perri e visse a Roma con la famiglia.

            Nel 1912 partì per l’America dove incontrò i fratelli della madre, e si stabilì a Brooklyn, New York. In seguito fu raggiunto anche dalla moglie.

            A New York aprì una sartoria, e con i proventi del mestiere mandò avanti la famiglia, composta dalla moglie e da altri tre figli: Tommasina, Giuseppe e Adelina.

            Nel 1923 ritornò in Italia e soggiornò a Cosenza. Entrato in contatto con i principali poeti calabresi, perfezionò il suo dialetto, ed una volta tornato in America riprese a scrivere con rinnovato impegno.

            Pubblicò una prima raccolta di poesie nel 1932, dal titolo”Musa bruzia”, dedicata “alla memoria di Giacinto Ferrari, giovane onesto, gentile e generoso, che visse modestamente, lavorando ed aiutando l’amico bisognoso”.

            Fu inserito nell’antologia “Poeti calabresi in America”, curata da Pasquale Spataro, ed il suo nome figurò accanto a quelli di Michele Pane, Antonio Fiorentino, Francesco Greco, Francesco Sisca ed altri.

            Nel 1957 le sue poesie vennero inserite in una Collana di poeti italo-americani stampata da “La Nuova Italia Letteraria” di Bergamo. Nel 1960 fu pubblicata la prima edizione completa delle sue opere, sempre dal titolo “Musa Bruzia”, contenente oltre alla sua produzione letteraria, molte riproduzioni di quadri e dipinti.

            Domenico Adamo fu anche un valente pittore, ed i critici hanno scritto che i suoi quadri “palpitano di calda umanità e di composta delicatezza, tra una piena corrispondenza di piani e di colori amalgamati dall’indissolubile vincolo dell’arte”.

            Morì nel 1964, in America, con la speranza di tornare a San Mango per vedere i luoghi che lo avevano visto nascere e dove aveva vissuto la sua infanzia e la sua giovinezza.

 

L A    P O E S I A

             Per comprendere il fascino che circonda la poesia di Domenico Adamo e capire il messaggio che essa racchiude è necessario conoscere il suo tempo, ricordando in quali condizioni si svolgeva la vita nei paesi e nelle campagne.

            Per questo abbiamo parlato anche dell’ambiente, del folklore e delle tradizioni riguardanti il paese di origine del poeta.

            La realtà economica e sociale di quegli anni era ancora dominata dal potere di pochi, i quali, avvalendosi di un sistema molto vicino al feudalesimo, s arricchivano esercitando un pesante sfruttamento sulle altre classi del popolo.

            Contro quella realtà Domenico Adamo si ribellò. Schietto nel parlare, coraggioso nel rimproverare ai signori le loro angherie, capì le aspirazioni del popolo, le fece sue e le difese fino all’ultimo, pagando di persona.

            Visse in povertà il primo periodo di una vita intensa e dolorosa, fu ingannato dagli amici, perseguitato dai ricchi e dai potenti, abbandonato da tutti e costretto ad emigrare, nella speranza di trovare al di là dell’Oceano migliori condizioni di vita. Ma questa sua attesa andò subito delusa.      Giunto in America, si accorse che ovunque era il povero a soffrire, a sopportare una vita di stenti e di dolore. E scrisse la poesia “Nova Yorka”, composta sulla scia della delusione che gli aveva procurato la società americana, dove gli emigrati venivano inseriti nel circuito dello sviluppo capitalistico, allontanati sempre più dai legami con la loro cultura e prigionieri di un sistema basato sul profitto e sulla ricchezza.

            Le poesie in dialetto costituiscono una valida testimonianza di questo primo periodo di vita, culminato con l’emigrazione e con l’impatto con la realtà americana.

            Poi il lavoro a Brooklyn gli assicurò una modesta condizione di vita, ed altri pensieri, altri sentimenti, altri motivi di ispirazione si fecero strada nell’animo del poeta. Se da un lato l’America non figurava più come la terra promessa, dall’altro il paese natìo gli appariva come un sogno, con i suoi profumi, i suoi paesaggi, i suoi tramonti.

            Nostalgia per la terra natale e rimpianto per il tempo passato costituiscono spesso i sentimenti tipici di un’esistenza che sembra voglia superare e colmare il solco dell’amarezza e del dolore. Sincerità d’animo, spontaneità di sentimenti, amore per le cose semplici e naturali sono i temi dominanti delle poesie in italiano.

            Poeta di finissima sensibilità, credette in un’epoca nuova, rinnovatrice dei costumi, ed osservò le ingiustizie della vita con un sospiro di rassegnazione e di compatimento, senza lo strascico doloroso del rammarico e della lamentela.

            Nella poesia “Duve nascivi” il sentimento del poeta si scioglie sulle corde della nostalgia, nel ricordo della terra natale; in essa figura non solo la tristezza per essere stato costretto a partire, ma anche un senso di commossa ed intima gratitudine verso la terra che lo ha ospitato e che gli ha dato la possibilità di sopravvivere alla povertà. Senso di gratitudine che assume l’aspetto di un vero e proprio inno di gioia.

            Quella stessa gioia provata da giovane a San Mango, quando di sera percorreva le strette vie del paese ed intonava serenate alle ragazze che si nascondevano dietro i balconi. Serenate rievocate nella lirica “Cara Zampugna”, ricca di suggestiva melodia e di struggenti ricordi.

            Poesia popolare, dunque, elementare nei contenuti e nelle forme, ma con profonde radici nella cultura e nelle tradizioni delle classi più umili della società. Poesia che rivela un animo semplice e buono, assetato di giustizia.

            Luigi M. Lombardi Satriani ha scritto che nei canti popolari l’invito emergente è quello della ribellione nei confronti delle ingiustizie di cui si è vittima. L’opera di Domenico Adamo costituisce una delle più alte espressioni di questa originale forma di protesta.

            Le sue poesie sono piene della contrapposizione fra signori e contadini, fra ricchi e poveri, ed il pensiero che ne deriva, oltre a testimoniare la consapevolezza dell’ingiustizia nella quale si vive ed il desiderio di cambiare la situazione esistente, esprime chiaramente una presa di posizione politica.

            In un mondo dominato dalla violenza, dove gli uomini diventano portatori di sopraffazione, la preghiera e la riflessione possono costituire un motivo di conforto. E viene composta la poesia “La preghiera di Natale”.

            Ma questo non basta a modificare l’ordine sociale esistente. E dopo la presa di coscienza della propria condizione, dopo un’attenta analisi delle cause e degli effetti, ecco il grido di dolore, ecco la ribellione e la lotta. Una lotta che l’individuo sceglie di portare avanti con le armi che gli sono congeniali.

            Domenico Adamo, calabrese, emigrato, sarto a New York, poeta autodidatta, ha scelto la cultura. Ed attraverso la cultura ha lanciato un messaggio che non può andare smarrito: non c’è posto nella storia per i pigri, per gli oziosi, per i parassiti, così come non c’è posto per quelli che vogliono continuare con i loro sistemi un feudalesimo seppellito dai secoli e condannato dal tempo.

            Le poesie furono forse più conosciute in America che in Calabria, ed a Brooklyn trovò quella soddisfazione che gli era negata in patria. Negli anni ’50 l’eco dei suoi componimenti giunse in Italia, e da allora qualcuno cominciò ad interessarsi di lui. Ma fu un interesse limitato a pochi intimi, quasi circoscritto nell’ambito di una ristretta cerchia di persone.

            Nel paese di origine, di Domenico Adamo, del figlio di Francesca Tomaino e di Giuseppe, uno sconosciuto muratore di provincia, quasi nessuno voleva parlare. Come se ci si vergognasse di quell’uomo che fino a 24 anni era vissuto a San Mango protestando contro le ingiustizie e le prepotenze dei “signori” e denunciando lo sfruttamento degli operai e dei contadini.

            Cosa voleva allora Domenico Adamo? Cosa voleva quel giovane che pochi ricordavano e che fino al 1910 aveva parlato di liberazione delle masse contadine, quando invece il popolo accettava il suo destino, subiva le prepotenze, si rassegnava? E chi non accettava quel destino, non doveva forse emigrare?

            Non era emigrato anche lui, nel 1912, perché i potenti contro i quali si era scagliato lo avevano costretto ad abbandonare il paese?

            L’accettazione di un destino dovuto ad un disegno cosmico, l’incapacità di dirigere la propria vita politica e sociale, la mancanza di fiducia in se stessi, il rispetto dell’ordine costituito, la paura del cambiamento, sono state costanti che hanno determinato, nei secoli, la vita delle popolazioni calabresi. L’antica miseria ed il dolore consueto erano preferibili ad ogni tentativo di cambiamento.

            Come poteva essere apprezzata la poesia di Domenico Adamo in una società così concepita? Come potevano essere diffuse le sue opere quando la gente rifiutava di analizzare criticamente la storia passata, e quando il popolo non riusciva a prendere coscienza della sua condizione di sfruttamento, perché la miseria non era solo un dato materiale, ma anche morale, rivelandosi un modo di vivere che coinvolgeva tutti, poveri, ricchi ed intellettuali?

            Per tutto questo Domenico Adamo fu un poeta solitario, nel suo paese in Calabria. Per tutto questo, forse, egli è stato fino ad oggi poco conosciuto dagli studiosi della letteratura calabrese.

            Ora molti critici si interessano di lui. L’isolamento nel quale si trovavano le sue opere è rotto. La sua voce comincia a diffondersi ed a varcare i confini del paese, della provincia nella quale è nato. Forse un giorno il suo nome potrà trovare posto accanto ai grandi nomi della cultura e della letteratura del Mezzogiorno.

            Verso quest’obiettivo è rivolta l’opera di rivalutazione tutt’ora in corso.

  

H A N N O   S C R I T T O   D I    L U I

 “Come si va facendo numerosa la schiera di questi nostri conterranei, emigrati in America per non morire di inedia nella povertà di tutte le cose che li circondava, privi di studi perché nessuno si era mai accorto della loro smania di sapere e se anche l’avessero intuita, avrebbero dovuto fingere di non essersene accorti, stringendosi nelle spalle in un gesto di triste rassegnazione perchè bisognava lavorare con le mani per portare a sera qualche cosa da cuocere al focolare.

Essi si sono rivelati uomini di ingegno, attratti dalla poesia, o dalla musica, o dalle altre arti, o dalla meccanica, ed hanno voluto concedersi la gioia di scrivere, di stampare, di sentirsi autori, di entrare in un mondo in cui, sempre con un senso di auto controllo, si sentono elevati ad un’altezza dove sanno che la usuale valutazione dell’uomo in dollari non ha senso, e possono sentirsi ricchi anche se sono rimasti poveri come partirono, o quasi!”.

Guido Cimino

 

Musa Buzia di Domenico Adamo è alla seconda edizione, significando un successo poco comune, nonché una conseguente vitalità di ritmo e di idee. Il poeta parla di sé, delle proprie ubbie o delle proprie speranze, alla natura. Il suo animo somiglia a un roseto, verde e spinoso, schiuso alla fragranza gioiosa della primavera, o flagellato dalle crudeli sferzate dell’inverno.

La sua vita non ha tregua per chi coltiva nelle vene nobili e puri ideali: alle limpide, luminose giornate di sole, si alternano fatalmente sequenze di interminabili ore di angoscia e di battaglia, di inesausta lotta contro i maledetti fautori di ingiustizie e di soprusi, di avventate violenze e di ignobili sopraffazioni…

Domenico Adamo lancia il suo messaggio di pena e di redenzione, di democrazia e di libertà, ai popoli di tutto il mondo”.

Roberto Cervo

 

“Domenico Adamo è un autodidatta, nato poeta, che scrive, per conseguenza, senza le pretese di fare dell’arte. Ma quante belle poesie egli scrive, e quanta ardente passione egli sa trasformare in tutti i suoi versi che gli sgorgano dal cuore…

Egli canta le gioie ed i dolori della sua vita, unicamente per ubbidire al fervido impulso dell’anima, arsa dalla luce abbagliante della poesia. Sono così pochi i poeti che sanno cantare come lui con tanta ingenua semplicità e con tanta ingenua dolcezza”.

Riccardo Cordiferro

 

“Conobbi Domenico Adamo nel 1928 attraverso un parente – Eugenio Adamo – che risiedeva nel New Jersey, e precisamente a Read Bank. Anima veramente gentile di poeta, e di puro calabrese assetato di luce e di bellezza, e indefesso propugnatore della giustizia del popolo.

Divenimmo buoni amici. Domenico Adamo è di una bontà indescrivibile: sempre gioviale, il suo volto rispecchia la sua anima, senza infingimenti”.

Francesco Greco

 

Musa Bruzia si fa leggere con piacere, perché i versi sono scorrevoli, spontanei, agili, chiari, assennati…Il libro di Domenico Adamo è degno di essere letto ed apprezzato da chi ama sinceramente le cose belle ed oneste”

Pietro Greco

 

“La poesia di Domenico Adamo ha i pregi impagabili della semplicità e della spontaneità. E sebbene non abbia pretese letterarie e l’autore scriva solo per un bisogno del suo spirito, s’impone subito per la viva passione che l’anima e che traspare, in tutta la sua veemenza, dalla grazia, dalle immagini, dalla scorrevolezza e dalla musicalità del verso.

Per dare ritmo, flessibilità e musicalità al suo lirismo, questo poeta che sente ancora di primitivismo, non ricorre ad esose ed intricate forme retoriche, ma attinge invece la sua ispirazione agli impulsi della sua stessa anima, avvalendosi del suo linguaggio modesto, due dei primissimi elementi necessari a dare vita e fulgore alla concezione poetica”.

Il progresso italo-americano

 

“Domenico Adamo è un degno figlio della nostra terra, che dopo più di quarant’anni in America conserva intatte le tradizioni, difendendole da coloro che cercano di menomare il nome della nostra terra, culla della più antica civiltà”.

Rivista di scrittori calabresi

 

“L’espressione più alta della poesia di Domenico Adamo è rappresentata da quegli scritti dove la nostalgia della terra natale si fa sentire con tutto il suo carico di malinconia e di rimpianti, dove l’artista esprime il suo dolore per non poter rivedere mai più il luogo che lo ha visto nascere e dove era cresciuto, la terra in cui aveva maturato gli ideali che dovevano essere alla base della sua stessa esistenza.

Egli è senz’altro il poeta più grande di San Mango d’Aquino…”

Calabria Letteraria

 

“Domenico Adamo, poeta del popolo e pittore apprezzatissimo, ha ripubblicato la sua Musa Bruzia per lasciarla correre nelle piazze, le campagne e gli uffici ove ancora non era arrivata, data la prima tiratura che aveva avvicinato gli amici ed i fratelli dell’arte. Un dono questa volta che va ai suoi fratelli di lavoro in terra calabra, acciocché essi ne cantino lungo i sentieri i ricami meravigliosi delle sue rime che sanno il dolore, i sacrifici, la miseria del contadino asservito al gioco del ricco che ne raccoglie i frutti del lavoro e lo lascia privo anche di un tozzo di pane molto necessario e indispensabile alla vita”.

Pasquale Spataro

 

“Poesia didascalica quella di Domenico Adamo, in quanto dal lavoro quotidiano ha saputo attingere l’insegnamento per le ‘egregie cose’ imparando ‘come sa di sale lo pane altrui’ e facendo del bene, nel nome della Patria che gli diede i natali. Egli è anche artista ed estrinseca le sue attività in modo egregio, tenendo sempre presente gli alti principi di socialità e di umanità. Un lavoratore, un poeta e un artista italo-americano che fa onore alla sua terra natìa”.

Il pungolo verde

 

“Noi non possiamo fare a meno di parlare di questo poeta, poiché quel poco che egli ha scritto e dato alle stampe è qualitativamente assai buono, scaturito com’è dalla sua fine sensibilità, dalla sua tormentata umanità, che si concreta in immagini icastiche, dal taglio vivo e netto, esprimenti il suo mondo poetico in una visione pittorica.

Abbiamo detto pittorica, e non senza motivo: difatti Domenico Adamo – il quale, oltre che squisito artefice del verso è anche artefice del pastello e del pennello, con cui dipinge e disegna con raro gusto artistico, sebbene sia in entrambi i casi autodidatta – lascia intravedere nelle sue poesie la sua tendenza alla pittura, manifestatasi in lui giovanissimo, allorquando dalla natìa Calabria venne in America”

Angelo M. Virga

 

“Il Nostro non è un letterato, non è un pittore di professione: egli è semplicemente un sarto che ha sempre lavorato sodo, senza concedersi tregua, per sostenere in modo conveniente la famiglia.

Allorché egli può allontanarsi brevemente dagli strumenti del suo quotidiano lavoro, dall’ago e dalle forbici, si rifugia, per quella prepotente evasione dalla grigia vita di tutti i giorni, nella poesia e nella pittura, dove si mostra un colorista luminoso, abile e accorto nel rappresentare, sia sulla carta che sulla tela, i paesaggi più caratteristici della terra sua natìa, contemplati nostalgicamente con gli occhi della mente memore”.

Arte e Mondanità

 

“La sua vita e le sue poesie sono nella loro semplicità, l’espressione più alta e più sublime del dolore, della nostalgia, della rabbia per le miserie del mondo. Non solo, ma il messaggio che egli ha voluto tramandare alle giovani generazioni è attuale e moderno, e deve essere accolto da tutti affinché parole come emigrazione, come tirannia e come soprusi e sfruttamento possano essere cancellate dalla vita quotidiana di tutti quanti noi…”

Arturo Moraca

 


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