LA FINE DEL DOMINIO SPAGNOLO
(di Armando Orlando)
Massimiliano I, imperatore del Sacro Romano Impero fino al 1519 e fautore dell'identificazione della potenza degli Asburgo con la grandezza dell'Austria, aveva fatto sposare il figlio Filippo il Bello, arciduca d'Austria, a Giovanna, figlia di Ferdinando di Aragona e di Isabella di Castiglia. Dall'unione era nato Carlo, il quale ereditò per linea materna la Spagna con le colonie europee ed americane e per linea paterna l'Austria ed i Paesi Bassi; conquistato pure il Ducato di Milano, egli divenne imperatore con il nome di CarloV, grazie anche all'aiuto dei facoltosi banchieri tedeschi Fugger, e riunì sotto un'unica corona un dominio enorme, che si estendeva dalla Germania all'America, e nei suoi possedimenti non tramontava mai il sole.
Con lui morì il sogno che aveva animato il Medio Evo, e cioè quello di far rivivere l'impero universale. La Casa d'Asburgo si divise in due rami, lo spagnolo e l'austriaco, e così pure i grandi beni della Corona. Al fratello Ferdinando andarono i possedimenti austriaci ereditati dal padre Filippo il Bello, nonché la corona del Sacro Romano Impero; il figlio Filippo ottenne la monarchia di Spagna, i Paesi Bassi, le terre italiane e le colonie americane.
Era il tempo del secolo d'oro, e la Spagna, conseguita l'unificazione con la presa di Granada, era protesa verso l'Italia, le Fiandre, l'America, l'Africa e portava le sue armi alla conquista del mondo. La teologia rinata all'università di Salamanca alimentava la tradizione mistica e la spiritualità del secolo si rifletteva sull'arte, sul teatro, sulla danza e sulle canzoni. In questo contesto i rapporti con le nuove terre americane, con l'Asia e l'Africa venivano considerati come quelli esistenti tra il mondo civile di fronte al mondo della barbarie, e l'idea di Europa veniva ad arricchirsi, in conseguenza delle scoperte geografiche, della consapevolezza che gli Occidentali venivano acquistando della superiorità della loro civiltà, considerata la civiltà umana per eccellenza, scrive Raffaello Morghen, della quale essi si sentivano, fra tutti i popoli, i rappresentanti più qualificati e in nome della quale affermavano il loro diritto di conquista e di supremazia nel mondo.
Ma gli ideali della cristianità occidentale non costituivano più il tessuto unitario dell'Europa, ed anche il sogno egemonico di Filippo II - costruito sull'orgoglio per la vittoria riportata pochi anni prima sugli Arabi di Granada e basato sull'intransigenza cattolica verso il rinnovamento predicato dalla riforma protestante - era destinato a finire. Nel 1580 iniziarono i cosiddetti anni bellicosi del sovrano spagnolo, durante i quali le Fiandre si ribellarono, si aggravò il conflitto nei Paesi Bassi e si aprirono nuovi fronti contro l'Inghilterra e la Francia, fu conquistato il Portogallo e con il nuovo regno arrivarono le preoccupazioni atlantiche. Avventurieri olandesi e corsari inglesi e ugonotti rendevano sempre più insicure le rotte, e uomini e denaro dovevano sbarcare a Genova, per proseguire lungo percorsi che si inoltravano nel Ducato milanese, imboccavano i valichi piemontesi verso la "strada spagnola" che attraversava la Franca Contea, la Lorena e il Lussemburgo, fino a raggiungere le Fiandre. Lo Stato di Milano rappresentava così lo snodo degli itinerari che dalla Spagna conducevano al teatro di guerra nel Nord dell'Europa, e la Lombardia divenne il cuore del sistema logistico degli Asburgo. Nel 1587 la disfatta dell'Invincibile Armata nelle acque della Manica segnò, però, la fine del primato navale spagnolo e accelerò la decadenza del Paese.
Nel 1598 fu proclamato re Filippo III d'Asburgo. Era il tempo di Miguel de Cervantes e di Lope de Vega, e le tradizioni profonde della nazione spagnola trovavano un punto di sintesi con i grandi slanci mistici e intellettuali dell'epoca. Nel 1609 il nuovo sovrano fu costretto a sottoscrivere una tregua che concedeva di fatto l'indipendenza alla repubblica delle Province Unite, la futura Olanda. Sul piano interno egli ordinò l'espulsione dei Moriscos, mezzo milione di Arabi dell'antico regno di Granada i quali, dopo la sconfitta del 1492, erano rimasti nella penisola iberica ed erano diventati agricoltori laboriosi e intraprendenti, capaci di determinare lo sviluppo di interi territori come l'Andalusia. Il provvedimento non solo si dimostrò rovinoso dal punto di vista economico, perché la nobiltà latifondista cominciò a governare indisturbata il Sud del Paese e l'Estremadura, ma creò una frattura nella struttura sociale del Regno e segnò in maniera irrimediabile l'unità della nazione.
Sotto Filippo IV, re di Spagna nel 1621, i possedimenti della Corona si disgregarono. Nel corso della Guerra dei Trent'anni gli Olandesi avevano sconfitto la flotta spagnola nella battaglia navale del 1639 e poi, al termine del conflitto, le forze franco-inglesi avevano cacciato i soldati spagnoli dalla fortezza di Dunkerque, costringendoli a lasciare la costa francese del Passo di Calais. L'etichetta, la corruzione, l'intrigo incisero sull'efficacia del potere centrale e ne soffrì la stessa unità nazionale. Il Portogallo, nel 1640, si era separato dalla Spagna; il Napoletano e la Sicilia si erano sollevati nel 1647; e nel 1648 era stata riconosciuta ufficialmente l'indipendenza dei Paesi Bassi. Era il tempo in cui la Spagna si presentava sullo scenario internazionale con un'economia debole, con un prestigio scaduto e con strutture interne in via di dissolvimento: la perdita di popolazione è indubbia - scrive Pierre Vilar - così pure la rovina della Castiglia, della sua industria, dei suoi allevamenti, del suo monopolio commerciale. Ma era pure il tempo di Diego Velazquez, e nessun artista eguagliava il suo genio per ampiezza, modernità e splendore di risultati. Il castigliano era ancora la lingua nobile e l'antica distinzione della sua corte annientava il lusso senza gusto di Luigi XIV e dei suoi seguaci. E ci vorrà tempo - scrive Vilar - prima che i nuovi ricchi d'Inghilerra, dei Paesi Bassi e la Francia stessa perdonino questa superiorità.
Alla morte di Filippo IV d'Asburgo, nel 1665, il figlio Carlo aveva appena quattro anni; l'infante, inoltre, era debole e malato, e la reggenza fu affidata alla madre Maria Anna d'Austria, che la esercitò fino al 1675. Privo di discendenti, Carlo visse fino al 1700, e con lui si estinse il ramo degli Asburgo di Spagna. Ebbe inizio allora la guerra per la successione, che vide contrapposti gli Asburgo d'Austria ed i Borbone di Francia e che durò fino al 1714, anno in cui avvenne il cambio della guardia sul trono di Madrid e la Corona di Spagna fu posta sulla testa di Filippo d'Angiò, nipote del re di Francia Luigi XIV, proclamato re con il nome di Filippo V. Ebbe inizio per la Spagna il periodo della dinastia borbonica, mentre in Italia il Milanese, Napoli e la Sardegna andarono all'Austria e la Sicilia fu assegnata a Vittorio Emanuele II di Savoia.
Il vuoto creatosi nel concerto delle potenze europee a motivo del declino della Spagna - scrive Armando Saitta - era stato riempito dalla Francia di Luigi XIV. Uscito nel 1661 dalla reggenza della madre Anna d'Austria e del cardinale Giulio Mazzarino, egli realizzò in Francia un tipo di stato accentratore basato sul governo personale e destinato ad espandersi in quasi tutta l'Europa. Sua è la famosa frase "Lo Stato sono io", pronunciata in pieno Parlamento a tutela delle prerogative sovrane.
Sono gli anni in cui in Europa - testimonia Gianni Oliva - splende l'astro del Re Sole e l'assolutismo francese diventa il modello di riferimento universale del potere, mentre il progressivo declino della Spagna propone come nuovo asse della politica continentale il confronto tra la Francia e l'Impero Asburgico.
La creazione di uno stato centralizzato dato in mano ad una burocrazia selezionata fu però, per la Francia, l'inizio di un processo che portò il sistema verso sbocchi rivoluzionari, poiché la nobiltà non fu capace di favorire l'equilibrio prima tra i gruppi sociali, e poi tra questi e la monarchia. Contrariamente a ciò che avveniva in Inghilterra, l'aristocrazia terriera francese non assecondò i processi di democratizzazione nel Paese e non cercò quelle alleanze con la borghesia che avrebbero potuto accrescere la sua influenza e dare luogo a maggiori libertà economiche. In pratica, borghesia e nobiltà, tenute abilmente separate, furono giocate dal potere assoluto di Luigi XIV, e ciò impedirà in futuro l'affermazione dei diritti per via pacifica e graduale.
Sul piano interno il Re Sole attuò una politica di splendore che trovò la sintesi nel Palazzo di Versailles, costruito sul posto dove prima sorgeva una tenuta di caccia, ed in quella reggia la corte francese si trasferì nel 1682. In politica estera l'azione fu audace e aggressiva, portata avanti allo scopo di conseguire per la propria dinastia - aggiunge Saitta - una egemonia sull'Europa, pari a quella che un secolo innanzi aveva esercitato la dinastia degli Asburgo.
Nell'ambito di questa politica si inquadra l'intervento francese a sostegno della rivolta di Messina contro la Spagna, iniziata nel 1674 e terminata nel 1678.
Già nel 1672 nella città dello Stretto si erano registrati disordini con saccheggi ed incendi alimentati dall'elemento plebeo, che aveva ingaggiato una lotta con la fazione dei nobili dando alle fiamme numerose abitazioni di senatori e di patrizi. Due anni dopo, i risultati delle elezioni senatoriali furono favorevoli al partito dei Malvizzi, sostenitori dei nobili, e la lotta fra le fazioni ritornò aspra e violenta. Il viceré spagnolo, accorso per sedare i tumulti, venne accolto a cannonate - scrive Giuseppe Quatriglio - ed in un clima di esasperata rivolta gli Spagnoli vennero raggiunti nelle loro fortezze e costretti a capitolare. Quasi senza rendersene conto - conclude Quatriglio - i Messinesi si trovarono liberi nella loro città.
Nel luglio 1674 il Gran Consiglio Cittadino proclamò l'indipendenza dalla Spagna e Luigi XIV, in guerra sul fronte settentrionale dell'Europa, accolse la richiesta di aiuto e portò nello Stretto la guerra contro gli Spagnoli. Il 27 settembre i primi soldati francesi giunsero in Sicilia, e subito dopo altri contingenti sbarcarono in Calabria, nelle acque di Castiglione Marittimo e di Fiumefreddo Bruzio, dove presero viveri e denaro, razziarono la campagna e si impadronirono del bestiame. Luigi XIV pensò in quel momento seriamente di conquistare l'intera isola quale lontano erede di Carlo d'Angiò - scrive Quatriglio - e per assecondare questo suo disegno il monarca francese non lesinò aiuti; nel 1675 fu nominato viceré il duca di Vivonne, fratello della favorita del sovrano, accolto dai Messinesi con un arco di trionfo.
Il Re Sole continuò così la sua politica di ingerenza nello scacchiere del Mediterraneo, cercando di farsi spazio fra il predominio turco nel bacino orientale e quello spagnolo nell'occidentale. Pure gli Olandesi, entrati in guerra a fianco degli Spagnoli, furono sconfitti, ed il 22 aprile 1676 il grande ammiraglio olandese Ruyter morì a seguito delle ferite riportate nelle acque di Agusta.
Nel 1677 Luigi XIV, invece di portare fino in fondo l'impegno in Sicilia e muovere così alla conquista dell'isola, temendo l'intervento dell'Inghilterra che presidiava con la flotta il Mediterraneo, allentò la pressione degli eserciti francesi, e poco dopo, nel marzo 1678, ebbe termine in Europa la guerra nelle Fiandre, che aveva visto contrapposte Francia e Svezia da una parte, Spagna, Danimarca, Prussia e Asburgo d'Austria dall'altra.
La Francia, che aveva strappato alla Spagna altre fortezze fiamminghe e la Franca Contea, lasciò al suo destino la rivolta di Messina, i soldati si ritirarono e la città, abbandonata da migliaia di profughi, fu costretta ad aprire le porte agli Spagnoli.
L'insurrezione era stata vissuta dalla Corte di Madrid come un tradimento, visto che la città non aveva partecipato alle rivolte di Palermo e di Napoli nel 1647, e per la sua fedeltà alla Corona aveva ottenuto l'istituzione del porto ed il riconoscimento della zona franca.
Tremila soldati spagnoli occuparono Messina e la repressione fu perciò feroce: atterrato il Palazzo Civico, simbolo dell'indipendenza; sospese le autonomie cittadine; annullato il privilegio del porto franco; chiuse la Zecca, le Accademie e l'Università; soppresso il Senato; sospesa la Fiera d'Agosto e vietato il commercio della seta. Fu proibito financo ai preti di predicare senza l'autorizzazione regia, aggiunge Quatriglio.
La città, che nel Cinquecento contava 40 mila abitanti, fu abbandonata dalla metà della popolazione, ed in particolare dai cittadini più attivi e dagli imprenditori stranieri, e si avviò verso la decadenza, alleviata solo dall'indulto del 1702, che favorì il ritorno di molti esuli e consentì la ripresa delle attività legate all'industria serica. Solo più tardi, con l'avvento di Carlo di Borbone, sarà ripristinato il porto franco, ma il provvedimento finì per arrecare poco beneficio a quel retroterra messinese che aveva reso fiorente l'economia cittadina nel passato.
Se la pace di Nimega, conclusa nel 1678 al termine della guerra delle Fiandre, rappresentò il culmine dell'egemonia francese in Europa, la firma dei trattati di Utrecht nel 1713 e di Rastadt nel 1714, al termine della guerra per la successione spagnola, fu un evento che segnò, invece, la fine dell'egemonia della dinastia del Re Sole, mentre la Svezia lasciava il posto di predominio conquistato in Europa alla Prussia degli Hohenzollern ed alla Russia dei Romanov.
Nello stesso periodo i Turchi, padroni incontrastati del bacino orientale del Mediterraneo, dopo il fallimento dell'assedio di Vienna nel 1683 furono attaccati dalla Lega Santa austro-polacca-veneto-russa e nel 1699 furono costretti a restituire l'Ungheria e la Transilvania all'Austria, che si era rivelata un bastione contro l'Islam, e molte terre dell'Ucraina andarono alla Polonia; altre concessioni territoriali furono fatte a favore della Russia e di Venezia. Il grande Impero Ottomano perdeva così gran parte delle sue province e sprofondava in una lunga agonia, destinata a concludersi secoli dopo, con la fine della prima guerra mondiale. Durante questo periodo di dissolvimento la più grande potenza islamica del mondo rimase ai margini delle grandi rivoluzioni agricole e industriali che hanno trasformato l'economia europea, mentre Vienna, da città di frontiera, diventava una capitale imperiale.
L'Inghilterra, nel frattempo, si era trasformata da nazione agricola a potenza industriale e commerciale, e lo sviluppo capitalistico da un lato, e le limitazioni del potere monarchico dall'altro, furono i risultati delle scelte operate dall'aristocrazia terriera, la quale, essendosi adattata al mondo del commercio ed avendo preso le redini dei nuovi processi economici, forte dell'alleanza con la nascente borghesia urbana, potè contrapporsi alla Corona, garantire la sovranità del Parlamento e assecondare la concessione di diritti individuali ai cittadini. Nel 1651 fu emanato il famoso "Atto di navigazione", in virtù del quale tutte le merci inglesi dovevano essere esportate su bastimenti nazionali e nessuna merce straniera poteva entrare nei porti inglesi se non trasportata da navi inglesi o dei soli paesi di provenienza. Nel 1686 la Banca centrale assicurò la stabilità del prezzo dell'oro e la conseguente convertibilità della sterlina. Dopo la rivoluzione pacifica del 1688 il Parlamento fece giurare ai sovrani una "Dichiarazione dei diritti", e nacque in Inghilterra un sistema costituzionale basato sull'alternanza al governo di due soli partiti, uno conservatore ed uno liberale.
Il 23 luglio 1704 i vascelli inglesi penetrarono nella baia di Gibilterra, assaltarono la guarnigione spagnola a colpi di baionetta e conquistarono la piazzaforte. Gibilterra, definita la "porta del Mediterraneo", era stata musulmana e nel 1462 era stata riconquistata alla cristianità dagli Spagnoli. Il 4 agosto 1704 la Rocca passò definitivamente sotto il dominio di Londra, e gli Inglesi acquisirono il predominio del Mediterraneo, dove già dal 1651 una loro squadra navale stazionava ormai in permanenza. Da allora l'Inghilterra, perseguendo una politica di ingrandimento territoriale, si mise a colpire la Francia in Europa e la Spagna nelle colonie d'oltremare.
La rivoluzione di Messina - che Giuseppe Giarrizzo ha definito "l'ultimo sogno, tardivo, del repubblicanesimo comunale siciliano" - fu sostenuta anche da una parte del popolo calabrese, che diede vita a numerosi nuclei di collaborazionisti. Nel Principato di Castiglione, per esempio, il castello dei d'Aquino, ricostruito dopo il terremoto del 1638 e dotato di più forti e moderne muraglie, fu occupato dai sostenitori della rivolta, ed il territorio fu liberato e posto nuovamente sotto la corona spagnola dal marchese di Fuscaldo, il quale giunse in marina alla testa di un drappello di soldati ai quali avevano dato ospitalità i cittadini di Nocera, schierati con la monarchia spagnola.
La maggioranza della feudalità calabrese, però, era rimasta fedele agli Spagnoli. Il castello di Reggio fu, allora, restaurato con l'aggiunta di nuove opere esterne e la città dichiarata "Piazza d'armi". Per creare un baluardo contro la ribellione il viceré vi concentrò un grosso contingente di truppe, pronte ad intervenire se l'insurrezione, una volta superato lo Stretto, cominciava a propagarsi in Calabria, dove era attiva la propaganda degli agenti assoldati dai Francesi.
E quando Parigi chiese ai suoi soldati di ritirarsi, lasciando libera la Spagna di rientrare in possesso dei territori siciliani, anche la Calabria fu colpita sul piano economico, e tutte le attività mercantili della costa tirrenica conobbero la decadenza. Paola, che riceveva dal porto di Messina una quantità rilevante di materie prime, entrò in crisi e vide scemare i rapporti con Napoli e con la Sicilia. Le campagne di Tropea si presentavano devastate dalle incursioni francesi e messinesi. La marina di Reggio rimase "disfatta col taglio degli alberi, come di gelsi, aranci, limoni e somiglianti", secondo quanto riportato da Domenico Martire nella sua "Calabria sacra e profana" del 1878.
Il 1714, dunque, ebbe termine la guerra per la successione spagnola. La Spagna restò sotto Filippo di Borbone, proclamato re a Versailles nel 1701; Gibilterra e Minorca andarono all'Inghilterra; i Savoia acquistarono il Monferrato e la Sicilia; l'imperatore d'Austria ottenne i Paesi Bassi, le Fiandre spagnole e le terre italiane. Fu allora che il Napoletano venne assegnato alla monarchia asburgica, che nel corso degli ultimi secoli aveva trovato la sua giustificazione storica nella difesa del cattolicesimo contro i Protestanti e contro i Turchi.
Il principio dell'equilibrio tornò a dominare la politica internazionale, grazie soprattutto all'Inghilterra, la quale - scrive Armando Saitta - offriva il suo appoggio finanziario e diplomatico alla parte più debole dei contendenti, e l'Europa visse un ventennio di pace. Da quel momento l'Austria sostituì la Spagna nel predominio sulla penisola italiana, e terminò così pure in Calabria la dominazione spagnola, iniziata con il trattato di Granada nel lontano 1500 e durata più di due secoli.
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