LA DINASTIA DEI BORBONE A NAPOLI E IL VIAGGIO DEL RE IN CALABRIA
(di Armando Orlando)
La formazione del regno di Napoli, scrive Silvio de Majo, avvenne per un meccanismo tipico dell'antico regime: le guerre tra le varie case reali europee per la successione su troni vacanti e per l'accaparramento di territori e sudditi; una situazione, continua il professore universitario, in cui i popoli venivano palleggiati tra le diplomazie nella più assoluta impossibilità di autodeterminare il proprio destino.
Come abbiamo visto nel capitolo precedente, al termine della guerra di successione spagnola il Napoletano - e con esso la Calabria - fu assegnato agli Asburgo, ma qualche anno dopo, per effetto della guerra per la successione in Polonia, il regno tornò sotto l'influenza della Spagna, la quale, esauritasi la dinastia asburgica, aveva iniziato con i Borbone la sua riscossa.
Figlio del re di Spagna Filippo V e di Elisabetta Farnese, Carlo era duca di Parma e Piacenza per discendenza materna, quando le monarchie borboniche di Francia e Spagna si contrapposero agli Asburgo d'Austria. Il conflitto durò dal 1733 al 1738, fu combattuto prevalentemente in Italia e si concluse con la pace di Vienna, definita da Gianni Oliva un "autentico capolavoro della diplomazia settecentesca".
In virtù degli accordi sottoscritti dalle grandi potenze, Francesco Stefano, già signore di Lorena e marito della futura imperatrice Maria Teresa d'Asburgo, ottenne il Granducato di Toscana, dove un anno prima - a Firenze - era morto Gian Gastone, ultimo dei Medici; al figlio del re di Spagna, don Carlos, vennero assegnati il Regno di Napoli e la Sicilia; il Piemonte di Carlo Emanuele portò i suoi confini sul Ticino e l'Austria - osserva Oliva - uscita sconfitta dalla guerra, pagò le spese della pace perdendo l'egemonia sulla penisola italiana, ma conservò il Milanese, ampliato a seguito dell'annessione di Parma e Piacenza. Con questa pace, conclude lo storico torinese, si passò in Italia dall'egemonia di un unico Paese al principio dell'equilibrio tra gli Asburgo ed i Borbone, e questo assetto, pur togliendo iniziativa alla politica estera del Piemonte, stretto fra interessi più forti, finì per consolidare l'indipendenza dello Stato governato dai Savoia.
Intanto Carlo di Borbone, sostenuto dall'esercito spagnolo, era entrato a Napoli nel pomeriggio del 10 maggio 1734 e si era posto come capostipite di una dinastia destinata a regnare in Italia fino al compimento del Risorgimento nazionale.
Il popolo, ha scritto Umberto Caldora, faceva ala al suo passaggio e applaudiva: ma non tanto all'indirizzo del diciottenne dai capelli biondi e dagli occhi celesti che faceva il suo ingresso a cavallo, quanto per incitare i cavalieri che, al suo fianco, gettavano manciate di monete. Il denaro era abbondante, e proveniva dai tesori appena arrivati in Spagna dalle colonie del Messico, e la regina Elisabetta - scrive Pietro Colletta - "ne aveva data parte all'infante per l'acquisto di Napoli, ed egli, magnifico, gli spargeva largamente nei popoli, pagava le vettovaglie, faceva doni, limosine, benignità frequenti e, come usava quel tempo, dava spesso a gettare nella moltitudine monete a pugni".
Il 25 maggio di quell'anno, 6.500 fanti e 1.900 cavalieri austro-russi guidati dal principe di Belmonte, il calabrese Antonio Pignatelli, furono definitivamente sconfitti a Bitonto da 10.000 soldati spagnoli, ed il 29 agosto iniziò la conquista della Sicilia, che si concluse il 12 luglio 1735 con la resa del forte di Trapani.
Carlo di Borbone diventava così "re delle Due Sicilie e di Gerusalemme, infante di Spagna, duca di Parma, Piacenza e Castro, gran principe ereditario della Toscana" ed allo stemma di Napoli aggiungeva i tre gigli d'oro della Spagna, i sei d'azzurro dei Farnese e le cinque palle rosse e una azzurra dei Medici, perché questi ultimi, imparentati con i Farnese, non avevano più discendenti e lasciavano libere le terre della Toscana.
I Napoletani, scrive Giuseppe Brasacchio, accolsero con entusiasmo Carlo III di Borbone, e l'entusiasmo trovava fondamento nella riacquistata indipendenza e nel ritorno, dopo oltre due secoli di viceregno, di un "Principato domestico". Non più provincia della Spagna o dell'Austria, il Regno poteva aspirare ad una propria identità, inserirsi con dignità nel contesto della nazioni europee e guardare più da vicino ai problemi dei suoi sudditi.
Dopo la vittoria di Bitonto il nuovo re iniziò un viaggio verso la Sicilia, ed il 24 gennaio 1735, con un seguito di cento granatieri a cavallo ed altrettante guardie del corpo, giunse ai confini della Calabria. In duecento anni, solo l'imperatore Carlo V, reduce da Tunisi, aveva attraversato la regione e, prima di lui, erano stati in Calabria solamente altri due sovrani, Alfonso il Magnanimo e Ferdinando d'Aragona.
Accolto dal Preside della Provincia di Calabria Citra, Carlo sostò a Rocca Imperiale e a Casalnuovo, proseguì per Terranova di Sibari e Corigliano, e la sera del 28 gennaio dormì nel palazzo arcivescovile di Rossano. Il giorno dopo partì per Cariati e Crucoli ed il 31 giunse a Cirò. Il 2 febbraio partì alla volta di Crotone e Cutro, e quì venne raggiunto dal Reggimento di Catanzaro, che aveva il compito di consegnare al sovrano le chiavi d'oro e l'omaggio della città.
Il pittoresco corteo delle massime magistrature di Catanzaro - scrive Giuseppe Brasacchio - con paggi e servi decorati con ricche e vistose livree, con cavalli bardati con gran lusso, entrò la sera a Cutro al lume di una suggestiva fiaccolata. In verità, continua lo studioso crotonese, Carlo era stanco dei continui indugi e delle affettuose premure di nobili e popolani, ed avrebbe voluto proseguire per Monteleone, però le insistenze della nobiltà catanzarese e le preghiere del vescovo furono tali che infine il sovrano acconsentì a fermarsi a Catanzaro per quattro giorni, trascorsi fra feste, pranzi, rappresentazioni teatrali e musiche. Sulla strada per Monteleone il re si fermò a Borgia e a Maida, poi proseguì per Rosarno, e a Palmi attese il ritorno delle buone condizioni del mare per imbarcarsi ed attraversare lo Stretto alla volta della Sicilia.
Tre anni dopo, a seguito del matrimonio di Carlo con Maria Amalia di Sassonia, figlia di una nipote dell'imperatore asburgico, anche l'Austria riconobbe l'autonomia e l'indipendenza del regno di Napoli e di Sicilia, ed in cambio Vienna ottenne - come abbiamo già detto - il ducato di Parma e Piacenza, mentre il Granducato di Toscana, dove si era estinta la dinastia dei Medici, andò a Francesco Stefano, già signore della Lorena e marito di Maria Teresa d'Austria.
Ma alla morte dell'imperatore asburgico scoppiò in Europa una nuova guerra per la successione austriaca, ed i Borbone di Francia e di Spagna ripresero la tradizionale politica contro gli Asburgo; In Italia, Carlo fu costretto a difendere il suo regno con le armi, e la battaglia di Velletri del 1744 determinò la vittoria dell'esercito ispano-napoletano e segnò la fine del tentativo austriaco di conquista del regno di Napoli.
L'intervento dell'Inghilterra si mostrò ancora una volta decisivo per il mantenimento dell'equilibrio europeo, e la corona del Sacro Romano Impero, che per trecento anni consecutivi, dal 1439 al 1740, era stata degli Asburgo senza soluzione di continuità, fu assegnata agli Asburgo Lorena, la nuova dinastia imperiale nata nel 1736 dall'unione di Maria Teresa d'Austria, figlia dell'imperatore, con il signore della Lorena Francesco Stefano. Ed agli Asburgo Lorena la corona rimase dal 1745 fino al congresso di Vienna del 1815, convocato per sancire la ricostruzione politico-territoriale dell'Europa mentre Napoleone manovrava le sue truppe verso la sconfitta di Waterloo. Quel congresso seppellì per sempre il Sacro Romano Impero, ed al suo posto fece nascere una Confederazione Germanica, la cui presidenza rimase, comunque, assegnata alla Casa d'Austria.
Erano tempi in cui la congiuntura economica favorevole iniziata nel Napoletano sotto gli Austriaci manifestava ancora la sua efficacia, e gli effetti benefici, scrive Pasquale Villani, si facevano sentire sulla produzione e sulla popolazione e contribuivano a lasciare un felice ricordo del regno di Carlo.
L'avvio di questa fase di crescita si faceva risalire al 1727, come aveva intuito Bartolomeo Intrieri, un umile popolano di Firenze diventato amministratore delle terre che nel Meridione possedevano i Medici ed i Corsini. Nella qualità di amministratore - dice Benedetto Croce - l'Intrieri si era dato agli studi dell'economia e, cercando libri, ebbe tra le mani il trattato di Antonio Serra, del quale, continua il filosofo, conobbe l'alta importanza, e che lesse e rilesse e fece conoscere ai suoi amici. Egli, che fu maestro e protettore dei giovani economisti, nel 1754 istituì a Napoli la cattedra di economia e commercio, prima in tutte le università d'Europa, e l'insegnamento fu affidato all'abate Antonio Genovesi, economista e collaboratore di Bernardo Tanucci nell'opera di riforma dello Stato intrapresa dal ministro di Carlo di Borbone.
Intrieri, nel 1739, così scriveva: "I prezzi de grani e di tutte le vettovaglie sono a vilissimo prezzo e se Iddio ci continua la sua santa grazia torneremo presto alla strabbocchevole abbondanza del 1727". La crisi di sovrapproduzione per mancanza di sbocchi commerciali che si era verificata sotto la dominazione degli Austriaci aveva, infatti, determinato l'abbondanza dei più elementari prodotti della terra, e ciò significava, aggiunge Villani, se non benessere, almeno nutrimento assicurato per la gran massa della popolazione, che viveva in una economia seminaturale.
Con Carlo di Borbone sembrava aprirsi, allora, un'età nuova nella storia del Regno di Napoli, non solo per gli stimoli che dalla recuperata autonomia venivano alla cultura, prosegue Villani, ma per l'inizio di un processo di ascesa demografica ed economica che faceva partecipi le province meridionali del generale moto di rinnovamento dell'Europa occidentale e che non mancherà di avere ripercussioni sul terreno sociale. Nella secolare fase di sviluppo economico, il baronaggio riusciva a mantenere una posizione di predominio grazie al potere giurisdizionale e ai sostanziali privilegi, ma sempre più numerosa e potente emergeva accanto ad esso, in ogni centro cittadino e nei grossi agglomerati rurali, una schiera di benestanti, di proprietari, di civili (da non confondere con il tradizionale "ceto forense" tipico della capitale) che sono un particolare tipo di borghesia agraria, gli antenati prossimi, conclude lo studioso allievo di Federico Chabod, dei ben noti "galantuomini" meridionali.
Alla politica di questo sovrano si deve l'arrivo in Italia della terza grande ondata di popolazione albanese, dopo le immigrazioni favorite dagli Aragonesi nel Quattrocento e dagli imperatori Carlo V e Filippo II nel Cinquecento, ed i nuovi venuti trovarono posto prevalentemente in Abruzzo, mentre Lorenzo Corsini, un religioso di sangue albanese diventato papa con il nome di Clemente XII, fondava a Palermo il seminario greco-albanese e a S. Benedetto Ullano il collegio di S. Adriano. Queste due istituzioni si rivelarono di particolare importanza per le comunità albanesi, perché provocarono una prodigiosa crescita culturale e contribuirono a far diventare intellettuali e patrioti un popolo di soldati che, al loro arrivo in Italia, si erano già trasformati in contadini e pastori. Il seminario ed il collegio divennero la fucina della cultura albanese, favorirono la resistenza della lingua e garantirono il mantenimento di una diffusa coscienza popolare e di una forte identità all'interno delle comunità albanesi di Calabria e di Sicilia.
Ma nel 1759 Ferdinando VI di Borbone, fratello di Carlo e re di Spagna, morì senza figli, e per la successione alla corona di Madrid fu chiamato proprio lui, il re di Napoli, e quando Carlo dovette partire, scrive Caldora, la cerimonia del commiato fu mesta, anche per la dichiarazione ufficiale dell'inabilità psichica del primogenito principe Filippo. Il 6 ottobre 1759 Napoli si trovò ad assistere con amarezza alla partenza di Carlo: quasi presaga che non avrebbe più avuto un sovrano come lui.
Il regno di Napoli fu assegnato, allora, al terzogenito Ferdinando, di appena otto anni, ed il governo delle Due Sicilie fu affidato ad un Consiglio di Reggenza, del quale facevano parte Domenico Cattaneo per conto della regina Maria Amalia di Sassonia, e Bernardo Tanucci, fiduciario di Carlo III che da Madrid continuava a seguire le sorti del suo primo regno. Il 12 gennaio 1767 Ferdinando uscì dalla minore età, il Consiglio di Reggenza si sciolse ed il sovrano iniziò un lungo periodo di regno, destinato a durare fino alla sua morte, sopraggiunta nel 1825.
Ma Ferdinando non si interessò molto dell'amministrazione del paese e, come ha ricordato de Majo, fu Tanucci ad avere in mano le redini del governo, essendo stato nominato primo ministro nel 1767. Un anno dopo il sovrano napoletano sposò Maria Carolina, figlia dell'imperatore d'Austria, ed iniziò l'ingerenza austriaca negli affari pubblici; un'ingerenza destinata ad aumentare col passare degli anni, tanto da portare la regina ad essere ammessa alle riunioni del Consiglio di Stato a partire dal 1775.
Intanto il movimento di espansione che si era manifestato alla fine del primo ventennio del Settecento continuò, salvo alcune eccezioni, fino al 1759, ed i riflessi di questo movimento si ebbero pure in campo demografico.Tra il 1734 ed il 1765 la popolazione del Regno, che era scesa a 2.500.000 abitanti anche a causa della peste napoletana del 1656 e di quella pugliese del 1693, passò da tre a quattro milioni di abitanti, fino a raggiungere i cinque milioni nel 1791. In Italia, complessivamente, la popolazione ammontava a 17 milioni intorno alla metà del Settecento, per arrivare a 18.800.000 abitanti alla fine del secolo.
La spinta demografica che si era verificata tra gli ultimi anni del Seicento ed il 1760 aveva fatto registrare punte elevate di concentrazione di popolazione a Napoli e nelle province campane, lucane e in Terra di Bari, grazie anche al favorevole andamento dell'agricoltura ed alla mancanza di gravi crisi annonarie.
Pure per la Calabria, ci informa Giuseppe Caridi, quella del Seicento era stata l'ultima grande crisi di antico regime demografico. Superata, infatti, come altrove in Europa, la recessione seicentesca, la popolazione calabrese, nel suo complesso, si era avviata, agli inizi del Settecento, verso una fase di crescita che si sarebbe ulteriormente accentuata nei decenni successivi.
Nel 1765 furono pubblicati i primi dati della popolazione del regno di Napoli, numerata per anime e non più per fuochi, e le fonti utilizzate furono i Registri Parrocchiali, dove veniva annotato periodicamente lo Stato delle anime, un documento redatto per la prima volta a Milano nel 1570, al tempo di San Carlo Borromeo, e poi diffuso nelle diocesi meridionali secondo le indicazioni del Concilio di Trento.
In Calabria i vescovi segnalarono una popolazione di 272.393 abitanti per la provincia Citra e 410.672 per la Ultra, per un totale complessivo di 683.065 abitanti, a fronte dei 495.081 nel 1595 e 366.903 nel 1669. Un numero che in poco meno di un secolo era quasi raddoppiato, ma in maniera non uniforme, visto che nel corso del Settecento la Calabria Citeriore aveva visto crescere la popolazione in modo assai più rapido della provincia Ulteriore.
In quel tempo, come abbiamo visto, l'economia europea e quella italiana mostravano segni di ripresa, e nel Regno di Napoli i progressi dell'agricoltura si accompagnarono - scrive Villani - ad un incremento dell'attività mercantile. Giuseppe Galasso precisa che l'economia meridionale rimaneva, nel complesso, agricola, ed il tenore di vita delle masse rurali era decisamente basso, pur in presenza di progressi igienici e sanitari; le materie prime ed i prodotti della terra alimentavano il commercio di esportazione, e la voce principale delle importazioni era rappresentata da manufatti.
La Calabria, nel suo complesso, avvertiva nuovamente il movimento positivo, anche se indotto ancora una volta da fattori esterni. Ma essa era ormai una regione debole, più povera e meno suscettibile di immediati sviluppi di quanto si era dimostrata nel Cinquecento. Contemporaneamente alla crescita economica era nato il fenomeno mafioso, il quale prese avvio, secondo Enzo Fantò, nelle zone più sviluppate, che erano quelle mercantili del reggino e del distretto di Palmi, dove più diffusa era la "picciotteria" e insieme la figura dell'industriante; una figura, continua Fantò, analoga a quella del gabellotto siciliano, la quale gestiva le grandi proprietà dei baroni e alcune attività commerciali a più alto rischio. Viene così sfatata la convinzione che la mafia calabrese sia figlia dell'arretratezza e della miseria, e diviene chiaro che, in passato, è stato proprio il fenomeno mafioso a creare arretratezza e miseria. Condizioni di vita che furono vissute dal popolo calabrese con rassegnazione, ma che non mancarono di provocare, anche sotto la dinastia borbonica, movimenti insurrezionali e tumulti.
Nel 1736 una sommossa si verificò a Paola, dove la Camera Marchesale aveva imposto una nuova gabella sulla macina dei grani; la popolazione, colpita dalla pressione fiscale, si riversò sulle strade guidata da Francesco e Nicola Barone e dal chierico Mazzei. La sommossa durò due mesi, durante i quali furono incendiate le case dei notabili e dei gabellieri feudali; poi , il 6 gennaio 1737, cessò, grazie all'intervento del clero locale. La città era governata dagli Spinelli, una famiglia al culmine della potenza politica, i quali erano anche principi di Cariati e di Scalea, e Giuseppe, fratello del Marchese di Fuscaldo, era cardinale arcivescovo di Napoli nel 1735. Tanto potenti da spingere Bernardo Tanucci, ministro di Carlo III, a parlare di Spinelleria, specialmente quando nel 1746 l'arcivescovo chiese la restaurazione del Santo Uffizio ed ottenne dal re Carlo un deciso rifiuto. La repressione della rivolta di Paola fu violenta ed il capo degli insorti, Nicola Barone, fu tradotto a Cosenza e condannato a morte.
Nel 1743 fu la volta di Reggio, che insorse in occasione della peste che stava provocando, in città, più di 3.500 morti. Portata il 20 marzo 1743 a Messina da una nave genovese carica di lana e frumento, l'epidemia era arrivata sul continente, e la gente, spaventata, cominciò a bruciare tutto ciò che aveva attorno. Domenico Spanò Bolani scrisse a questo proposito: "E fu per verità doloroso a veder rompere le botti, e spargere per terra il vino, bruciar le barche, tagliare alberi e canneti, ove sospettavasi che potessero trovarsi robe infette". Il 12 luglio il sovrano decise di nominare un Vicario Generale in Calabria con il compito di sovrintendere alla salute pubblica, e la scelta cadde sul conte Giacomo Giuseppe di Mahony, tenente generale dell'esercito, il quale diresse le operazioni da Paola, Catanzaro, Scilla e Nicastro e divise in zone il territorio calabrese, creando un cordone sanitario e proibendo ogni rapporto commerciale fra le varie parti. Il freddo e l'acqua verso la fine di settembre ed un terremoto il 7 dicembre aggravarono le difficoltà della città e, nonostante l'opera disinteressata dei frati cappuccini, la popolazione soffrì fino ai primi mesi del 1744, quando la pestilenza cominciò a dare segni di rallentamento. Al termine dell'epidemia a Reggio si contarono 4.254 infetti, di cui 681 curati e 3.573 morti; gli abitanti illesi risultarono 10.332.
A questi movimenti seguirono, nella seconda metà del Settecento, altri tumulti, che si intrecciarono con la politica riformista dei primi Borbone fino ad arrivare alla proclamazione della Repubblica Partenopea, la cui repressione causò - come vedremo nei prossimi capitoli - un vero e proprio bagno di sangue e creò una frattura insanabile fra il ceto progressista che si rafforzava ed il suo sovrano.
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