IL  RIFORMISMO  DEI  BORBONE  NEL  REGNO  DI  NAPOLI

(di Armando Orlando)

  

            Alla fine delle tre guerre di successione, combattute in Europa tra il 1702 ed il 1748, l'Italia s'era liberata dal dominio diretto degli stranieri, salvo che per il ducato di Milano, diventato parte integrante dello Stato austriaco, e per quello di Mantova, dove la dinastia dei Gonzaga camminava verso l'estinzione. A nord e a sud della Penisola si erano formati due forti regni, quello dei Savoia a Torino e quello dei Borbone a Napoli, ed i quarant'anni che seguirono la firma del trattato di Aquisgrana segnarono un periodo di pace tra i più fecondi della politica italiana.

            L'Illuminismo, con i suoi indirizzi diversificati e con l'elemento unificante rappresentato dalla fiducia nella ragione, dominava in Francia  come un vasto moto intellettuale e culturale e forniva all'assolutismo monarchico un fondamento ideologico che lo emancipava dai suoi legami con il  feudalesimo: un'ideologia, scrive Paolo Alatri, che rispondeva agli ideali  e alle esigenze delle nuove forze borghesi che in Europa nel corso del Settecento prendevano un posto sempre più importante nell'economia e nella vita sociale.

            L'Italia - scrive Indro Montanelli - viveva di luce riflessa in politica, in cultura, in economia; ma avvertiva, sia pure come dépendance di potenze e lumi stranieri, l'incalzare del nuovo. Il movimento illuminato aveva due centri: Milano e Napoli. Al nord fiorivano gli studi rivolti al processo penale, all'abolizione della tortura e della pena di morte, ai problemi economici legati alla libertà di commercio e alla rivalutazione dell'agricoltura come base della ricchezza della nazione; a Napoli, invece, gli studiosi si interessavano dell'autonomia dello Stato dalla Chiesa, del valore e della funzione della moneta, dei princìpi ispiratori della legislazione. Da un lato Beccaria con le idee di una giustizia più umana ed i fratelli Verri con un pensiero segnato dall'illuminismo francese ma anche dotato di una sua originalità, dall'altro Giannone con gli studi storici, Genovesi e Galiani con la letteratura economica, Filangieri nel campo della legislazione, Broggia con gli studi fiscali e Galanti con le descrizioni geografiche.

            Le nuove idee, nate nel clima preparato dagli enciclopedisti francesi, cominciavano ad essere recepite nei codici di molte potenze europee. Caterina di Russia rafforzò il potere statale a danno dei poteri locali, ma finì per favorire il predominio sociale della nobiltà, senza riuscire a migliorare la sorte delle classi inferiori; la principessa tedesca, divenuta zarina dopo la morte del marito Pietro, avrebbe voluto Cesare Beccaria in Russia, scrive Gianfranco Ravasi, e pubblicò un'opera ispirata quasi letteralmente a molte pagine dell'autore milanese. Federico II  fece trionfare in Prussia la legislazione legata al diritto romano e sancì l'obbligatorietà dell'istruzione elementare. L'imperatrice Maria Teresa d'Asburgo prima, ed il figlio Giuseppe dopo, avviarono in Austria un programma riformistico che portò ad abolire la tortura e la servitù della gleba, ed affermarono la prevalenza del sistema giurisdizionalistico su quello ecclesiastico fino ad entrare in contrasto con il Papato.

            Anche in Italia i sovrani svolgevano un'intensa attività riformatrice. Nel Ducato di Milano Maria Teresa abolì nel 1770 il sistema degli appalti introdotto dagli Spagnoli, e dazi, dogane, poste, trasporti, servizi e monopolio del sale, del tabacco e della polvere da sparo tornarono sotto il controllo di un'amministrazione pubblica sempe più efficiente; nel 1776 la stessa sovrana fondò la "Società patriottica diretta all'avanzamento dell'agricoltura, delle arti e delle manifatture", ed il sodalizio fu inaugurato nel 1778 con un discorso di Pietro Verri. Pietro Leopoldo di Lorena, nel Granducato di Toscana, con una legge del 1786 abolì per primo nella storia d'Europa la tortura e la pena di morte. Mentre in Piemonte, dove nel 1746 era stata stampata la prima banconota italiana, del valore di mille lire (circa 3.100 euro attuali), i Savoia proseguivano una politica riformatrice che, iniziata nella prima metà del secolo, aveva portato il regno subalpino a diventare lo stato burocratico e militare più organizzato ed efficiente d'Italia, fortemente centralizzato, nel quale nobiltà e burocrazia rivaleggiavano in fedeltà alla corona.

            Fra questi sovrani, cosiddetti illuminati, c'erano pure i Borbone del regno di Napoli. Prima con Carlo, fino a quando il re fu chiamato a Madrid per ricevere la corona di Spagna, dove introdusse riforme economiche e amministrative e stimolò la produzione nelle regioni agrarie dell'Andalusia e dell'Estremadura, impoverite dalla partenza dei moriscos e dall'estensione del latifondo. E poi con il figlio Ferdinando, al quale nel 1759 lasciò il Regno.

            "Le ricchezze dei re sono fatte per i poveri" e "Diamo lavoro, diamo da vivere" amava dire Carlo di Borbone, come ci ricorda il giornalista Aldo Canale, e le frasi venivano pronunciate per giustificare l'enormità delle spese sostenute per costruire i palazzi reali di Portici e di Capodimonte e la superba reggia di Caserta. Non meno costoso, ricorda Canale, si rivelò il Teatro San Carlo, il più grande e sontuoso del tempo, portato a termine in soli otto mesi per essere inaugurato nel giorno del compleanno del sovrano. Assieme a quei palazzi furono costruiti acquedotti e strade; e l'Albergo dei Poveri, destinato ad ospitare migliaia di cittadini privi di mezzi di sostentamento, è stato definito da Antonio Ghirelli "un'idea bizzarra, che rispecchia in modo emblematico la paternalistica ma generosa preoccupazione di Carlo per la felicità del suo popolo".

            Gli investimenti in opere pubbliche concorsero a creare benessere e sviluppo, alimentarono l'atmosfera di rinnovamento e fecero pensare, conclude Canale, che Carlo di Borbone fosse il sovrano giusto per un regno che aveva conquistato per via dinastica il diritto all'autonomia e che poteva finalmente cominciare a dare basi solide al sospirato stato nazionale.

            Scrive Silvio De Majo che l'aspetto più noto del regno di Carlo di Borbone fu  il rinnovamento monumentale, dovuto "a quella magnificenza spagnola che portava a spendere anche al di sopra delle possibilità della corona o dello Stato", ed il programma, imponente, finanziato con il debito pubblico, creò occupazione e mise in moto il sistema economico, dando respiro anche nel campo urbanistico ad una capitale congestionata che cominciò a guardare al di là della sua cinta muraria, alleviando gli effetti provocati dal fenomeno della sovrappopolazione. Ed il moto di rinnovamento intellettuale fece della Napoli settecentesca una grande capitale della cultura europea.

            "Sommate le maggiori opere di quel quarto di secolo - testimonia Michelangelo Schipa - il regno di Carlo si trovò le costruzioni nuove; un esercito e una piccola marina propria, con nuovi istituti per la loro istruzione; si trovò un'accademia di disegno e, quantunque ancora in embrione, un nuovo grande museo ed una nuova grande biblioteca. Vide finalmene assoggettato il clero all'imposta catastale, benché assai meno di quanto il bisogno e l'equità imponessero. Strade vennero aperte o riattate; fu costruito un ponte sul Volturno; furono restaurati e ampliati il Palazzo Reale, la Reggia di Capodimonte, la Reggia di Caserta e quella di Portici; furono costruiti l'Albergo dei Poveri ed il Teatro S. Carlo".

            I giudizi sul governo di questo sovrano, nipote del Re Sole e figlio dell'italiana Elisabetta Farnese, sono ancora oggi discordanti, ma la critica è generalmente orientata  verso una favorevole valutazione del regno di Carlo. Senza dubbio il migliore dei Borbone di Napoli, scrive Umberto Caldora, il quale aggiunge che il re trovò un paese immiserito e prostrato dalla bisecolare amministrazione vicereale, spagnola prima e austriaca poi; la nobiltà era decaduta rispetto all'epoca angioina e aragonese, ma aveva accresciuto la superbia ed il lusso, pur continuando a vivere nell'ozio e nell'ignoranza; gli ecclesiastici accentravano nelle loro mani una grossa quantità delle rendite dello Stato e godevano di immunità personali ed esenzioni fiscali; il ceto medio, composto in prevalenza da funzionari e dalla gente del foro, quelli che il popolo chiamava con ironia paglietta in riferimento al cappello che portavano, non era ancora in grado di costituirsi come forza autonoma e capace di esprimere energie innovatrici; le classi umili vivevano nella miseria, divise fra i pezzenti della Capitale ed i contadini delle campagne; il sistema feudale controllava quattro quinti della popolazione, sparsa in duemila città e terre feudali governate da baroni esosi e prepotenti, molti dei quali vivevano a Napoli e non avevano mai messo piede nei loro feudi.

            Due furono i problemi fondamentali che Carlo si trovò ad  affrontare una volta seduto sul trono di Napoli: la trasformazione della struttura dello Stato da feudale in amministrativa e la definizione dei rapporti tra il Regno e la Chiesa.

            Nello scontro tra il trono e l'altare vinse il trono, e dopo l'invasione armata dello Stato Pontificio del 1736 si arrivò al Concordato del 1741, che poneva fine al potere senza limiti del clero. Bernardo Tanucci, sceso a Napoli nel 1734 in qualità di consigliere del re, ministro degli esteri nel 1755 e capo del Consiglio di Reggenza alla partenza di Carlo per la Spagna, operò per dare allo Stato la giurisdizione su aspetti della vita civile ed economica monopolizzati o gestiti dal clero. Egli riuscì a sottoporre a tributi i beni ecclesiastici e a limitare il diritto d'asilo che privava lo Stato della possibilità di giudicare gli imputati e rendeva le chiese "piene di ladri  e di omicidi, che vi vivevano, vi bivaccavano, vi ricevevano donne, vi depositavano al sicuro refurtive e contrabbandi, uscivano a commettere altri reati, per poi ritornarvi impuniti", come ha testimoniato R. Ajello. Il giurista toscano emise provvedimenti che restrinsero pure le immunità locali e personali ed aumentarono i requisiti richiesti per il conseguimento degli ordini religiosi, rendendo più difficile la carriera di prete.

            "Durante il viceregno austriaco - ricorda Benedetto Croce - il sovrano aveva ordinato che per le cause di fede si procedesse per la via ordinaria come negli altri delitti e cause criminali ecclesiastiche, ma il Sant'Ufficio era continuato praticamente, finché nel 1746, quando l'arcivescovo Spinelli cercò di ripresentarlo sotto mutato nome, venne radicalmente abolito. Il negato omaggio della chinea, cioè l'aperto riconoscimento della relazione di vassallaggio del regno di Napoli verso la Santa Sede, sembrò suggellare l'opera fino allora eseguita e prometterne il compimento".

            Se il governo carolino riuscì ad operare efficacemente contro l'ingerenza ecclesiastica, scrive Silvio De Majo, non ottenne analoghi successi nei confronti della feudalità, caratterizzata, quest'ultima,  non tanto o non solo dai grandi possedimenti fondiari, quanto soprattutto dall'esercizio della giurisdizione sulla gran parte dei territori del Regno. In effetti, scrive Pasquale Villani, l'esercizio della giurisdizione assicurava vantaggi incalcolabili, non per i proventi tratti dall'amministrazione della giustizia, ma per il potere e il prestigio dei feudatari, per la posizione di dominio che la giurisdizione assicurava al signore, ponendolo in una condizione di privilegio, di favore, di arbitro, e addirittura di monopolio nella gestione delle attività economiche del feudo.

            Mancava, a parere dello storico, una borghesia cosciente dei suoi autonomi interessi di classe, e gli articoli della prammatica del 1738, che tendevano a limitare gli abusi nella giurisdizione feudale, furono revocati nel 1744. E "al termine del regno di Carlo - scrive Michelangelo Schipa - il barone, come tutore nel suo distretto della giustiza, dell'ordine pubblico, dell'azienda conservava intero il potere dei tempi vicereali".

            Il sistema della tassazione era privo del più elementare principio di equità e ciò spinse il governo ad avviare un nuovo catasto, detto onciario perché l'unità di misura dell'imponibile era data dall'oncia, la moneta appena coniata dai Borbone nel regno di Napoli . La riforma segnò indubbiamente un progresso rispetto al precedente sistema, se non per i tributi - osserva Villani - almeno per l'uniformità nel rilevamento dei dati, ma il catasto rimase ancora lontano dai princìpi di equità che erano vigenti in Lombardia e Piemonte, per cui  nelle terre del regno di Napoli  più si era ricchi e meno, in proporzione, si pagava.

            La novità, però, era rappresentata dal fatto che sia gli ecclesiastici sia i beni del clero venivano tassati, e ciò ha fatto scrivere a Villani che "fin dall'inizio il riformismo borbonico conseguì notevoli successi quasi unicamente nella lotta contro i privilegi ecclesiastici... Le condizioni politiche ed economiche della società napoletana non permettevano una lotta a fondo contro entrambi gli aspetti più rilevanti dell'antico regime, i privilegi ecclesiastici e il sistema baronale".

            Meno considerevoli, aggiunge Caldora, furono i risultati nel riordino dello Stato, poiché i tempi e le condizioni del Regno non consentivano, come altrove, di operare rapidamente radicali trasformazioni.

            Nel 1739 era stato creato il Supremo Magistrato di Commercio con la finalità di ravvivare i commerci e rinnovare le vecchie strutture del viceregno e nel 1740 era stato stipulato un trattato di pace, navigazione e commercio tra il Regno di Napoli e l'Impero Ottomano. Nello stesso periodo fu avviato l'allestimento di una flottiglia leggera che aveva il compito di difendere le coste dalle incursioni dei pirati barbareschi, e ciò costituì l'atto di fondazione della marina napoletana, visto che la precedente flotta aveva abbandonato il Reame e si era messa al seguito degli Austriaci.

            La politica riformista nel Regno di Napoli continuò pure dopo la partenza di Carlo, e sotto il governo del figlio Ferdinando, nel 1767, la Compagnia di Gesù fu bandita dal Regno ed i Gesuiti, già cacciati dal Portogallo, dalla Francia e dalla Spagna, furono espulsi dalle terre del Napoletano;  i loro beni, con una rendita di circa 200 mila ducati,  furono devoluti ad iniziative laiche per la pubblica istruzione ed il 1773 l'Ordine fu soppresso. Molti conventi furono chiusi, ristrette le decime ecclesiastiche, estesa la giurisdizione laica a danno di quella ecclesiastica e, cosa molto importante per l'epoca, l'applicazione delle bolle pontificie fu condizionata al regio assenso. L'erosione del potere ecclesiastico, testimonia Giuseppe Brasacchio, culminò nel 1788 con il negare l'omaggio della chinea, un cavallo bianco dotato di settemila ducati che i re di Napoli consegnavano ogni anno al Pontefice, rinnovando

una tradizione di vassallaggio che risaliva al 1059, al tempo in cui il Papa era considerato signore feudale del Regno di Sicilia, oltre che sovrano temporale del Patrimonio di Pietro.

            Pure nel campo militare Ferdinando  proseguì la politica paterna, ed alle Accademie di Marina, di Artiglieria e del Genio fondate da Carlo affiancò una Reale Accademia Militare contraddistinta da metodi educativi di eccezionale modernità. La fondazione di collegi e di altre istituzioni militari consentirono la creazione di un esercito nazionale, che non esisteva al tempo del governo vicereale spagnolo e che aveva preso l'avvio da alcuni battaglioni locali messi insieme proprio dal padre di Ferdinando nei primi anni di regno.

            La marina napoletana, che al tempo di Carlo - ricorda Croce - aveva ripreso con successo la guerriglia contro i barbareschi, fu creata dall'Acton con la costruzione di navi e con la preparazione di un corpo di ufficiali, in parte addestrati sulle navi inglesi e francesi nella guerra d'America. E lo storico Maresca annota che "nel 1789, per opera della marina nazionale, i pirati erano tenuti lontani dall'Adriatico, dal Tirreno e dalle acque contigue ai regni di Napoli e di Sicilia, per quanto era possibile; anzi, assaliti qualora se ne incontravano, ne rimasero sempre vittoriosi i napoletani".

            Nello stesso periodo fu istituita la Giunta degli abusi, allo scopo di dare maggiore impulso all'azione riformatrice, anche se poi le riforme attuate, e la conseguente vendita dei beni dei religiosi, finirono per ingrossare il patrimonio dei grandi proprietari terrieri anziché andare a beneficio dei contadini; ma di questo ci occuperemo in un prossimo capitolo di questa storia.

            Nel 1782 fu istituito il Supremo Consiglio delle Finanze e furono abolite le imposte indirette appaltate agli arrendatori. Tra il 1786 ed il 1788 furono abolite le imposte sulla carta, sui libri stranieri e sui lavori in ferro; nello stesso periodo fu resa libera la circolazione dell'olio. Nel tentativo di favorire il commercio nel regno furono abolite molte dogane interne e furono stipulati trattati di navigazione con il Piemonte, con Genova e con la Russia, dove nel 1703 lo zar Pietro il Grande aveva avviato la costruzione di San Pietroburgo ricongiungendo diverse isole alluvionali. Nel 1792 furono aboliti in tutto il Regno i diritti di passo e di pedaggio, difesi ad oltranza anche dalla feudalità calabrese. Si cercò, allora, di rendere più libera la circolazione dei beni e a Napoli, dove risiedevano  grandi speculatori e mercanti, affluivano in grande quantità i prodotti della Calabria: seta, olio, vino, grani e latticini.

            Nel campo delle opere pubbliche continuò il programma avviato da Carlo, e fu assecondata la ripresa del commercio, che fu notevole. Furono riassestati i porti di Brindisi, Baia e Miseno; fu creata la Borsa di Commercio; furono aperti il Teatro Mercadante e quello di S. Ferdinando; fu fondata l'Accademia di Scienze e Belle Lettere. Nel giardino della Reggia di Caserta, opera di Luigi Vanvitelli, fu piantata nel 1760 la prima camelia giunta in Italia. Nel 1778 fu imposta una tassa per la le strade ed iniziò la costruzione, poi sospesa, di alcuni spezzoni di arterie; nel 1786 fu fondato il Collegio militare della Nunziatella.

            Francesco Pacifico scrive che Ferdinando IV, pur di avere drapperie preziose, nel 1789 trasformò il casino di caccia di San Leucio nel più grande opificio serico del Mezzogiorno; e ai contadini di Piedimonte Matese e di Campobasso, convertiti in tessitori, diede persino una Costituzione e il titolo di sudditi di "Ferdinandea", la Real Repubblica Indipendente di San Leucio. Le attività, iniziate verso il 1778 nei quartieri operai progettati da Francesco Collencini, primo aiutante di Vanvitelli nella realizzazione della vicina Reggia di Caserta, furono così trasferite nella nuova sede, e la colonia di tessitori cominciò a godere dell'assistenza medica per tutti, della pensione alle vedove e dell'istruzione obbligatoria e gratuita.

            L'esperimento non riuscì compiutamente e la struttura abitativa che lo doveva ospitare fu realizzata solo in parte, ma ciò che resta, scrive Pacifico, invita ad una lettura meno conformistica degli orientamenti culturali e politici dei Borbone per quanto riguarda il tardo Settecento, aggiungendo che ancora oggi, duecento e più anni dopo, a San Leucio si lavora con la stessa cura - e in parte con le stesse tecniche - di allora. Dai laboratori della zona continuano ad uscire chilometri di stoffe tutte tessute e mai stampate. "Pezze - dice Pacifico - come le chiamano qui, che ormai si usano solo nell'arredamento, per tende, fodere di divani, copriletti; non più abiti per monarchi, ma ornamenti per i salotti di dimore spesso prestigiose: il Quirinale, la Casa Bianca, il Cremlino".

            Bernardo Tanucci prestò la sua opera come primo segretario di Stato fino al 1776, anno in cui l'uomo di governo fu sostituito dal marchese della Sambuca, il quale continuò gli indirizzi della politica estera legata prevalentemente alla Spagna. Ma - scrive de Majo - l'uscita di scena del Tanucci privava il regno di Napoli di un amministratore di grandi capacità, e qualche anno dopo, nel 1789,  la carica di primo ministro fu affidata all'irlandese John Acton, chiamato a Napoli nel 1778  e diventato amico e consigliere della regina Maria Carolina, figlia di Francesco Stefano di Lorena  e dell'imperatrice Maria Teresa d'Austria. Acton rivestiva già la carica di ministro della marina e della guerra, e con la nomina a primo ministro si trovò a gestire un potere vastissimo. Fu allora che la politica estera napoletana venne sganciata dalla Spagna ed orientata verso l'Austria e l'Inghilterra, ed i legami con la Corte di Vienna furono consolidati tramite una serie di matrimoni. 

            Il nuovo corso del governo napoletano imprimeva all'opera riformatrice della corte borbonica una battuta d'arresto, nonostante l'adozione di provvedimenti che preparavano il terreno per l'abolizione della feudalità, come, per esempio: la soppressione del divieto di vendere i prodotti della terra prima che il barone avesse venduto i suoi; l'abolizione di passi e pedaggi; il sostegno alle rivendicazioni delle Università; la proposta di divisione delle terre demaniali.

            "Pareva - scrive Benedetto Croce - che tutto il sistema feudale fosse ancora in piedi; ma, senza dire che coi vecchi nomi si chiamavano ormai semplici esazioni in denaro e poche prestazioni di derrate e alcuni monopoli di molino e di taverna, lo spirito feudale era caduto al pari di quello clericale, e non grande sforzo occorreva a far cadere anche l'involucro".

            Invece tutto si arrestò. Ferdinando IV, scrive Armando Saitta, depose ogni volontà riformatrice alleandosi, per il quietismo conservatore, con l'altra corte borbonica, quella di Parma, ove il nuovo duca Ferdinando, appena uscito di minorità, si era affrettato a licenziare il riformista francese Guglielmo Du Tillot e, nel 1786, aveva ripristinato il tribunale dell'Inquisizione.

            Debole di carattere e, perciò, ridondante di contraddizioni e di stabili umori, scrive Caldora, Ferdinando verrà travolto dagli avvenimenti rivoluzionari della Francia, e la sua politica sarà orientata solo dalle passioni e dalle ambizioni della moglie Maria Carolina,  il cui volere arriverà a sopraffarlo.


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