LA  CALABRIA  E  L'EUROPA NELLA  PRIMA  META'  DEL  SETTECENTO

(di Armando Orlando)

 

            Lo spostamento del centro del commercio internazionale dal Mediterraneo all'Atlantico, il grande afflusso di metalli preziosi dall'America all'Europa e le due grandi invenzioni dell'epoca - la stampa e l'artiglieria - avevano provocato lo sconvolgimento di tutto un modo di pensare e di sentire, vecchio, ormai, di molti secoli, e la rivoluzione che ne era seguita aveva portato all'affermarsi della mentalità illuministica e del concetto di "progresso" nella storia umana.

            In particolare la conoscenza di nuovi mondi aveva indotto gli Europei a cercare di delineare più chiaramente i propri caratteri, in contrapposizione a quelli altrui.  "E ci si sentirà, ora, sempre più Europei e non cristiani - scrive  Federico Chabod - e si insisterà vieppiù sulle differenze culturali, politiche, morali, di costumi, a preferenza di quelle religiose: sia perché il formarsi di comunità cristiane oltre i mari toglie al fattore cristiano quella sua equivalenza con l'Europa, sia anche perché l'ideale della cristianità svanisce rapidamente, perde il suo imperio sugli uomini".

            Gli stessi rapporti tra il Papato e gli Asburgo assumono un  significato particolare: non c'erano stati incontri personali tra il Papa ed i sovrani di Casa d'Austria dai tempi di Carlo V, i contatti epistolari tra il pontefice ed i sovrani erano caratterizzati da un rigido cerimoniale, gli effettivi contatti politici erano rinviati alla sfera dei nunzi e dei ministri e - scrive Elisabeth Garms-Cornides - lo scontro settecentesco tra gli Asburgo ed il Papato rappresentò l'ultimo round della secolare lotta tra le due potenze universali. Non a caso personaggi condannati dal Sant'Ufficio o dalla Congregazione dell'Indice, come Giannone e Garofalo, aggiunge la studiosa, trovarono rifugio e appoggio proprio a Vienna, così come a Vienna furono sostenute e finanziate le ricerche storiche e gli scritti riformatori di Ludovico Antonio Muratori.

            Ormai la politica esigeva, per gli Asburgo, scelte esulanti da una logica confessionale. Il contributo dato dall'imperatrice Maria Teresa alla soppressione dell'ordine dei Gesuiti (frutto dell'alleanza politica asburgo-borbonica, intervenuta dopo quasi trecento anni di inconciliabile ostilità tra le due Case, in lotta per l'egemonia in Europa) e la grande crisi iniziata nel 1780, che porterà la Chiesa dell'Impero sull'orlo dello scisma, sono la conferma che anche nella "cattolica" Austria l'ideale della cristianità stava cambiando, ed il progressivo "laicizzamento" del pensiero determinava lo staccarsi dell'ideologia dalla grande idea di "cristianità".

            Se il Cinquecento ha distinto nettamente fra la civiltà e la primitività, negli anni che vanno dalla fine del Seicento all'inizio del Settecento - ha scritto Federico Chabod - gli scrittori distingueranno ulteriormente, nel senso della stessa civiltà, separando una civiltà da un'altra civiltà, e dando così maggiore precisione di contorni al volto dell'Europa. Se nel Medioevo le realtà sociali e politiche nelle quali si concretava l'idea d'Europa erano state da un lato la Chiesa e all'altro gli stati feudali e gli stati di città, aggiunge Raffaello Morghen, nell'Età Moderna lo Stato, le monarchie nazionali e l'individuo come creatore di civiltà e di storia, divennero i protagonisti delle vicende della nuova Europa.

            Molteplicità di Stati in Europa, dunque; necessità di tenere in piedi siffatta molteplicità per salvare la libertà e impedire l'avvento di una monarchia universale che avrebbe significato la fine di quella libertà; necessità di un continuo lavorìo diplomatico per mantenere tra i vari Stati una bilancia uguale di poteri...Da tutto ciò usciva con contorni sempre più netti un'immagine dell'Europa che Chabod ha definito "come un corps politique, unitario per certi principi comuni, anche se diviso in vari organismi statali". E momento essenziale della civiltà era la città. Città - precisa Chabod - che significa trionfo dell'agricoltura sulla pastorizia, inizio del commercio e dell'industria, stabile assetto politico, vita religiosa continua, che significa cultura e arti, belle "fabbriche", cioè palazzi, chiese, teatri e discussioni di società e studi e costumi ingentiliti e raffinati.

            In un contesto così definito si inserisce la storia dell'Italia, o meglio la storia dei vari stati che formavano allora la penisola italiana. Il Paese, che negli ultimi secoli era stato per vita civile e cultura il primo d'Europa e che ai primi del Seicento era ancora alla testa delle nazioni più progredite (superato solo dai Paesi Bassi che avevano fatto registrare una spettacolare crescita della produttività), a partire dalla metà del Seicento era stato rapidamente superato dalla Gran Bretagna, e quando Giacomo Watt costruì, nel 1763, la prima macchina a vapore, la rivoluzione industriale inglese assestò il colpo di grazia alla decadente economia italiana.

            Così, all'inizio del Settecento, mentre volgeva al termine l'egemonia spagnola e prendeva vigore quella austriaca, l'Italia si presentava all'appuntamento del nuovo secolo come "un Paese di secondo piano, scrive Giuseppe Galasso, arretrato nell'economia, nelle scienze, nella tecnica, nello sviluppo del pensiero e dello spirito moderno e totalmente dipendente dalla politica delle grandi potenze". E Gregory Hanlon, nella sua Storia dell'Italia moderna edita da Il Mulino, afferma che a metà del Settecento l'Italia  appariva "sempre più arcaica" ai nord europei. Non un'Italia separata dal contesto europeo, precisa Galasso, ma un'Italia sempre più attardata, sempre più lontana dalla vetta prima occupata, nonché di minore rilievo demografico.

            Un Paese, comunque, non estraneo ai mutamenti che avvenivano in Europa, che riesce a trasformare anche il suo Sud, dove l'arcaicità è più forte, perché è proprio nel Mezzogiorno d'Italia che Hanlon vede un progresso consistente "almeno in parte nel fatto che una percentuale rilevante di persone prese a vivere, oltre che in famiglia, in comunità sempre più allargate e articolate (borghi e villaggi) e che lo Stato moderno, la religione controriformata, una morale più civile fecero uscire gli italiani dalla logica delle fazioni per inserirle in più ampie entità politiche e sociali".

            La ripresa settecentesca nel Meridione, soprattutto nelle regioni tirreniche e nelle aree più vicine a Napoli, appare precoce - scrive Pasquale Villani - ed il movimento di espansione si fa più sicuro alla fine del primo ventennio del Settecento. Salvo alcune eccezioni, continua lo storico, fino al 1759 tutta l'economia del Regno si espande con ritmo non travolgente, ma regolare. Nel 1759 si scatena la crisi, che assume, per la carestia del 1764, aspetti drammatici e fa sentire i suoi effetti immediati almeno fino al 1766. Dopo la crisi vi è una notevole ripresa demografica e produttiva, per poco più di un decennio, fino al 1780 circa; segue poi un periodo piuttosto convulso e confuso, che sbocca nella gravissima crisi degli anni Novanta, complicata dal crollo delle finanze e dalla minaccia degli eserciti rivoluzionari francesi.

            Mentre i paesi più avanzati facevano grandi passi verso il superamento delle vecchie strutture economiche, continua però Villani, mentre essi partecipavano alla così detta rivoluzione commerciale e, nel caso inglese, si preparavano al decollo verso l'industrializzazione, proprio in quegli anni veniva ribadito il carattere subalterno e coloniale del mercato napoletano.

            Il passaggio dei regni meridionali nel 1734/35 dagli Asburgo ai Borbone aveva tolto alla diplomazia un fronte di attrito continuo, causato dalla ferma politica giurisdizionalista che i viceré austriaci avevano cercato di realizzare con l'appoggio intellettuale del ceto forense napoletano, e la pace di Aquisgrana del 1748, firmata per porre fine alle guerre di successione, aveva sancito ancora una volta il principio dell'equilibrio, garantendo alla Penisola un assetto territoriale destinato a durare circa mezzo secolo.

            In questo contesto, i primi sessant'anni del Settecento rappresentarono un periodo favorevole per l'economia napoletana. Fu uno sviluppo quasi naturale  - osserva Villani - che si fondò soprattutto sull'aumento della popolazione e su una serie di buone annate agricole, che non mise in moto alcun meccanismo di profondo rinnovamento, ma fu uno sviluppo al quale pure la Calabria era chiamata a dare il suo contributo.          

            Una Calabria, ha scritto Augusto Placanica, dove geografia e storia si sono strettamente legate per conferire forza decisiva alle permanenze rispetto al mutamento. Anzitutto, prosegue lo storico catanzarese scomparso di recente, per troppo lungo tempo risultò determinante la marginalità della vita complessiva della Calabria, con un mare che solo di rado agevolava i commerci e piuttosto apriva la strada ai temutissimi saraceni; d'altra parte, l'angustia degli spazi e la difficilissima condizione dei collegamenti, con strade pressoché inesistenti e con itinerari faticosissimi tra dimora familiare e luoghi di lavoro, rendeva difficile la vita dei calabresi, sia in termini di produzione che di generi di vita. La produzione era limitata quasi completamente al comparto agricolo, mentre l'isolamento e l'arretratezza culturale, anche sotto l'aspetto della convivenza civile, sottraevano occasioni e agevolezze di incontri socializzanti. Piazze senza forma, architetture senza identificabile gerarchia e senza luoghi deputati all'incontro, solo la chiesa e la casa destinate a consolare della fatica dura d'una giornata intera: questo, secondo Placanica, per troppi secoli, il contristante scenario del mondo calabrese.

            Una testimonianza preziosa sulla regione ci viene  da Giacomo Casanova, l'avventuriero veneziano assiduo frequentatore delle corti di Parigi e Pietroburgo, il quale si trovò in Calabria nel 1743, e così descrisse il viaggio che lo portò da Cosenza a Martirano: "Contemplavo stupito un paese rinomato per la sua fertilità nel quale, malgrado la prodigalità della natura, vedevo soltanto gli aspetti più deprimenti della miseria, la mancanza assoluta di quel piacevole superfluo che rende la vita sopportabile...Questa è la Terra dove sembra che tutti odino il lavoro, dove tutto si compra a prezzo vile, dove i disgraziati abitanti si sentono sollevati da un fardello quando trovano qualcuno che sia disposto a prendersi i frutti che la terra elargisce quasi spontaneamente e con troppa abbondanza e dai quali, non avendo alcun mercato di sfogo, non ricaverebbe nulla".

            Casanova era atteso dal vescovo Bernardo de Bernardis, che doveva guidarlo verso una brillante carriera ecclesiastica, ma il giovane visitatore, dopo essersi guardato intorno, disse di non sentire la vocazione di morire martire in quella città: "Mi benedica - chiese al vescovo - e mi lasci andare; o meglio, parta con me: le prometto che faremo fortuna altrove". Il vescovo rimase, e due anni dopo morì a soli 36 anni, mentre l'avventuriero veneziano, morto in Boemia nel 1798, nelle sue memorie lascerà scritto: "La casa in cui viveva Sua Eccellenza era spaziosa, epperò mal costruita e mal tenuta. Era così male arredata che, per potermi far preparare un lettuccio in una camera vicina alla sua, il povero vescovo fu costretto a cedermi uno dei suoi materassi! Il pranzo fu pessimo, e mi limito a definirlo così: molto osservante delle regole del suo ordine, quel giorno Monsignore mangiava di magro, e l'olio era detestabile. Ma Monsignore era un uomo intelligente e, quel che più conta, onesto. Mi disse, e ne fui molto sorpreso, che il suo vescovado, che pure non era uno dei più piccoli, gli rendeva solo cinquecento ducati all'anno e che, per colmo di sventura, egli era indebitato per seicento. Aggiunge, sospirando, che la sua sola fortuna era quella di essere uscito dalle grinfie dei frati, la cui persecuzione era stata per quindici anni il suo vero purgatorio. Tutte queste confidenze mi mortificarono perché, rivelandomi che non era quella la terra promessa della mitra, mi facevano sentire quanto gli sarei stato di peso. Mi resi conto che anche lui era mortificato del misero regalo che mi aveva fatto. Gli chiesi se avesse dei buoni libri, una cerchia di gente colta, una scelta compagnia con cui passare piacevolmente qualche ora. Mi rispose sorridendo che in tutta la sua diocesi sicuramente non v'era alcuno che potesse vantarsi di saper scrivere bene e ancor meno di avere buon gusto e una vaga idea della buona letteratura; che non c'era nemmeno un vero e proprio libraio e che nessuno dimostrava un particolare interesse per i giornali. Mi promise, tuttavia, che avremmo fatto delle buone letture insieme quando fossero arrivati i libri che aveva chiesto a Napoli".

            Questa era la Calabria nella prima metà di un secolo che è stato protagonista di profonde trasformazioni economiche e sociali, attraversato da eventi di portata mondiale, fra i quali ci piace ricordare la Dichiarazione d'indipendenza americana del 1776, alla quale seguì la Costituzione del 1787, e la Dichiarazione dei diritti dell'uomo, approvata dall'assemblea nazionale francese nel 1789.

            Un secolo che ha portato novità che si sono diffuse rapidamente e che sono diventate abitudini della nostra vita quotidiana. Con gli Olandesi che cominciarono ad usare il cacao per realizzare le uova di Pasqua, sostituendo quelle di gallina e di altri volatili usate in precedenza nel mondo cristiano per simboleggiare la Resurrezione di Cristo. Con il primo quotidiano uscito in Inghilterra nel 1702, a cui seguì nel 1785 il primo giornale d'opinione, il "Times"; e proprio su un giornale di Londra il veneziano Antonio Canal - conosciuto come Canaletto - fece pubblicare nel 1745 un annuncio in cui invitava i cittadini ad ammirare i suoi quadri. Con il primo ristorante della storia, aperto a Parigi nel 1763. Con la grande diffusione avuta dalla vodka, il liquore portato in Russia da alcuni mercanti genovesi nel 1386 sotto forma di "aqua vitae" e rilanciato nel 1785 da Caterina II, la zarina che concesse la licenza di distillazione alla classe nobiliare. Con Milano prima città italiana a illuminarsi materialmente con un sistema di lampade a olio sospese, e ad adottare la denominazione delle strade e la numerazione delle case. Con il termine "savoiardi" apparso per la prima volta nel 1722 in una nota spese a Venezia, dando così il nome ai tipici biscotti a base di farina preparati per la prima volta nelle cucine dei duchi di Savoia in occasione di un banchetto allestito per una delle rare visite del re di Francia. Con la Lombardia che avviò l'industria dei latticini, azionò ad acqua il primo filatoio e conobbe le prime sommosse operaie. Con Giovanni Targioni Tozzetti, naturalista, che nel 1756, a Firenze, esperimentò per la prima volta un vaccino contro il vaiolo su sei trovatelli, ospiti dell'antico istituto medievale Innocenti, costruito nel Quattrocento con il denaro di un banchiere pratese, Francesco Datini, passato alla storia per aver inventato la cambiale. Con l'ora legale, le cui origini risalgono al 1725, quando la sua convenienza fu intuita da Benjamin Franklin, uomo politico, pensatore e scienziato americano, delegato alla Costituente degli Stati Uniti, inventore del parafulmine e padre di una nota teoria sull'elettricità. E, infine, con il dollaro, adottato dagli USA  come moneta nazionale nel 1792; quello stesso dollaro che trae il nome dal "thaler" (tallero), moneta che i conti tirolesi fecero coniare nel 1519 nella loro zecca privata in Boemia e che attraverso la Germania e i Paesi Bassi era poi passata in Spagna, trasformandosi in "dollar", nome dato alle piastre in argento usate dagli spagnoli nelle colonie americane.

            Mentre era in pieno svolgimento la fase di crescita economica delle province del Regno, il governo napoletano, con provvedimento del 1740, istituì in Calabria due Consolati di mare, uno a Reggio e l'altro a Crotone, ed i villaggi costieri, assecondando la domanda estera, continuarono ad esportare frutta secca, vino, olio, grano, uva, legna, agrumi, essenze e liquerizia. Amantea, Monteleone e Reggio erano sede degli ufficiali doganali e Crotone si imponeva sugli altri villaggi per il porto. Da Nicastro, Vibo e Gioia partivano olio, ferro e legno; dalla costa jonica le granaglie e la seta; dal porto di San Lucido la pece nera, quella bianca navale e le pelli di animali silani.

            Nel 1731 nacque a Rossano "La Fabbrica di liquirizia" voluta dagli Amarelli, una famiglia di origini longobarde che ha affidato alla storia personaggi come Alessandro, morto nelle Crociate al tempo di Goffredo di Buglione, e come Francesco, che si distinse nella battaglia d'Otranto contro i Turchi. Un primo nucleo proto-industriale cominciò così a lavorare i rami sotteranei di una pianta che nasce spontanea sulla costa jonica, e dalla pressatura delle radici con una mola di pietra veniva estratto il succo di liquirizia, il quale, attraverso la successiva fase di concentrazione, produceva i classici bastoncini e la spezzata. L'azienda ha continuato l'attività nel corso dei secoli ed oggi, con una trentina di dipendenti, produce oltre un milione di scatolette all'anno, utilizzando ancora il raccolto della piana di Sibari, dove - secondo l'Enciclopedia Britannica - nasce la migliore liquirizia del mondo. 

            Sul versante nord orientale della provincia di Reggio nel 1736  Carlo ordinò la costruzione della prima fabbrica statale di armi del Regno delle Due Sicilie, chiamata Regia Fonderia Cannoni della Città di Stilo. L'opera, affidata all'impresario Lamberti, fu completata nel 1746 ma non diede i frutti sperati, e da quel fallimento nacque l'intervento pubblico nel campo dell'industria siderurgica. Un intervento che diede vita alla fabbrica d'armi di Torre Annunziata, alla quale seguirono in Calabria  -  dopo l'abbandono delle ferriere di Stilo, chiuse intorno al 1754 per l'esaurirsi delle disponibilità di legname - il complesso siderurgico di Mongiana nel 1770 e poi quello di Ferdinandea, avviato nel 1798 a seguito della riattivazione delle vecchie ferriere di Stilo.

            In questo settore il governo napoletano si impegnò molto, e lavorò per ampliare e migliorare la produzione di ferro, per il quale il Regno era in gran parte tributario dell'estero, in quanto importava il minerale dall'isola d'Elba, dalla Svezia e dalla Moscovia. La necessità di rendersi autonomi nella fabbricazione di artiglieria e di attrezzature militari faceva aumentava il fabbisogno annuo, e le miniere e le fabbriche calabresi potevano diventare il nucleo più importante del Regno, sia per la vicinanza degli stabilimenti ai luoghi di estrazione dei minerali sia per la presenza di folti boschi che fornivano il combustibile per gli altiforni. Ma molte iniziative restarono allo stato di progetto e gli studiosi di mineralogia, istruiti in Germania a spese del governo, non riuscirono ad attuare il loro piano di costituire un vero e proprio distretto industriale razionalmente organizzato, riferisce Pasquale Villani, il quale aggiunge che le miniere di Pazzano non erano solamente prossime all'esaurimento, ma le stesse apparivano rovinate dagli scavi intrapresi senza alcun criterio e senza ordine, con uno sfruttamento di rapina. E non era certo migliore, conclude lo studioso, lo stato della ferriera della Mongiana.

            Dalle miniere di Longobucco fu estratto il metallo utilizzato per la coniazione dei carlini, una moneta d'argento che ebbe corso legale fino alla fine del regno borbonico e che affiancò il ducato, l'antica moneta introdotta da Ruggero II nel Regno di Sicilia, coniata per la prima volta dalla Repubblica di Venezia e poi battuta dagli altri stati italiani. Il giacimento calabrese continuò così una tradizione che risaliva al tempo dei Greci e dei Romani, quando il minerale argentifero veniva utilizzato per le monete di Siri, Turio, Crotone e Roma; tradizione che continuò nel Medio Evo, con gli Svevi che considerarono le miniere patrimonio dello Stato e con l'imperatore asburgico Carlo V che concesse il giacimento a Cesare Fieramosca, fratello di Ettore, il capitano che aveva guidato gli italiani nella celebre disfida di Barletta.

            E sempre in Calabria Citra proseguiva un'altra fiorente tradizione artigiana, quella della creazione di strumenti musicali, portata avanti da gente operosa che della costruzione di chitarre, mandolini e di altri strumenti aveva fatto un'arte. Bisignano, nella media valle del fiume Crati, aveva iniziato il cammino nel Cinquecento, e nel corso dei secoli i suoi liutai avevano perfezionato una tecnica risultata poi tra le migliori del mondo. Intere famiglie si tramandavano il mestiere da padre in figlio, e fra tutte si distinse la famiglia De Bonis, presente nel Dizionario Universale della Liuteria fin dal 1720; una dinastia - com' è stata definita - che ancora oggi mantiene la tradizione nella bottega del rione Giudecca e che ha fornito la chitarra a Domenico Modugno, i violini ad Angelo Branduardi e gli strumenti musicali ai fratelli Bennato.

            Intanto continuava la positiva fase economica  del Regno. L'incremento nel settore agricolo, dovuto sia alla crescita spontanea della produzione nelle campagne e sia alla maggiore disponibilità di manodopera, alimentava l'espansione dei consumi legati all'aumento della popolazione, ed in questo circolo virtuoso si inseriva la crescita del commercio interno, specialmente verso Napoli, una capitale sempre più bisognosa di approvvigionamenti e di derrate alimentari. Un primo consistente nucleo di borghesia si andava formando in Puglia ed in Campania, però pochi furono i miglioramenti agrari nella gestione dei fondi ed i sistemi di lavorazione e di commercializzazione restarono legati agli schemi del passato, incapaci di provocare un migliore livello di qualità e di produttività, e quindi incapaci di determinare cambiamenti significativi nella società.

            Ma a partire dal 1759 produttori, commercianti e consumatori conobbero una serie di annate negative, che determinarono un rialzo improvviso dei prezzi, il blocco delle esportazioni, la fuga dalle campagne e la penuria di generi alimentari, e la carestia durò fino al 1764,  anno in cui si scatenò una crisi che assunse aspetti drammatici e che fece sentire i suoi effetti fino a tutto il 1766. E dalla carestia del 1764 prenderemo le mosse per iniziare il prossimo capitolo di questa nostra storia.

                                                                      


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