DOPO IL TERREMOTO DEL 1783
GLI INVIATI DEL RE IN CALABRIA
(di Armando Orlando)
Il 7 marzo 1784 il tenente colonnello Elia M. Tomasi, inviato in Calabria per accertare le condizioni dell'economia e della società, trasmette una relazione al siciliano Giuseppe Beccadelli Bologna, marchese della Sambuca e primo ministro a Napoli dopo Tanucci, nella quale scrive di aver trovato paesi quasi tutti rovinati e distrutti: "le baracche e pagliaie che si incontrano sono peggiori delle stalle e malsicure; in questi paesi che da se non hanno sistema, e poco si conosce la giustizia, e forse la vera religione, in oggi tutto sta in disordine e scompiglio...I governadori e i sindaci sono puoco o nulla rispettati e temuti, e vi sono di quelli che hanno timore a dare qualche ordine...Devo trattare con gente che non capisce e non ha quasi alcun principio di umanità e società...Non vi è veruna comparazione da fare tra le nostre terre e queste di Calabria, quantunque tutta la gente sta intimorita e quasi stonata".
La Cassa Sacra operava nei diversi settori dell'urbanistica, viabilità, bonifica, pubblica istruzione ed assistenza, e si era trovata a fronteggiare un'emergenza sanitaria dovuta all'epidemia che era seguita al sisma. Nelle baracche e nelle capanne che ospitavano la popolazione scampata al disastro le malattie si erano moltiplicate per la ristrettezza degli spazi e per le condizioni igieniche malsane; nella piana di Rosarno i mendicanti si contavano a migliaia e nel 1784 a Cosenza, secondo le testimonianze di Grimaldi, perirono di stenti, e non di altro, ben 400 trovatelli. Inoltre, tra il 1785 ed il 1786 era comparso pure il vaiolo, che fece vittime soprattutto tra i bambini. E a cinque anni dal disastro e a quattro dall'istituzione della Cassa Sacra, un primo bilancio del lavoro compiuto ci viene da un documento del 1788, dove si legge che "nel primo ripartimento si trovava la città di Reggio disastrata quasi interamente; che si erano costruite le strade principali, che si erano assegnati i suoli a' cittadini, da' quali s'incominciava la riedificazione delle proprie abitazioni...; che nello stesso ripartimento era incominciata a risorgere la nuova città di S. Agata; che Bagnara andava felicemente costruendosi; che in Scilla si era determinato tutto ciò che poteva condurre al riattamento della medesima; che in Gerace fatto già erasi il progetto, e la perizia della Cattedrale, Episcopio e Seminario...; che si era quasi interamente riedificata la città di Palmi, e la Chiesa cattedrale; che stava riedificandosi la città di Seminara...; che si era riedificata la terra di Castelmonardo, chiamata ora Nuova Filadelfia, e di essere in buonissimo stato la riedificazione della città di Mileto, e della Chiesa...". Nello stesso documento si trovano notizie sui progetti delle nuove città e paesi da costruire in siti diversi dagli antichi: Vallelonga, Galatro, Oppido, Sinopoli, Bianco, Borgia, Polia.
Ma nel 1790 giungevano a Napoli voci poco rassicuranti sullo stato della Calabria. La scomparsa del patrimonio ecclesiastico, gli arricchimenti di molti cittadini, l'aumento della criminalità e della corruzione erano fatti che, uniti alla capillare diffusione delle logge massoniche ed alla nascita di una classe borghese medio-alta considerata lontana dalla monarchia, tenevano in apprensione i governanti. Al di là delle Alpi la Rivoluzione Francese aveva avuto il sopravvento sulla vecchia classe politica ed aveva seppellito l'antico regime, ed il timore di un contagio nelle terre borboniche spinse il Re ad impartire precise istruzioni ad un suo consigliere, Luigi de' Medici, al quale viene consegnata il 15 aprile una missiva "affinché Ella sollecitamente parta alla volta delle Calabrie, per ivi indagare e rilevare sotto quei pretesi e con quei mezzi che crederà poter opportunamente adoperare, quale sia con effetto lo spirito che si suppone esistere tra quei popoli...".
La missione del de' Medici iniziò il 30 aprile 1790, quando sbarcato a Reggio si mise in cammino per raggiungere Monteleone. Egli si rese conto delle reali condizioni di vita della popolazione, della grande quantità di delitti che venivano commessi giornalmente, dell'incapacità di far rispettare la legge per mancanza di una sana ed onesta amministrazione giudiziaria. Capì subito che le idee rivoluzionarie che in quel momento scuotevano l'Europa potevano trovare in Calabria un terreno fertile, e scoprì a Tropea l'esistenza di una loggia massonica che, dipendendo direttamente da Marsiglia, propagandava i nuovi ideali di giustizia e di libertà nell'estremo lembo della Penisola.
Il 15 maggio de' Medici giunse a Catanzaro, e nella relazione lamentò la mancanza di collegamenti (in questa provincia non vi sono neppure i segni di strade, qui si va da un luogo all'altro per piccoli viottoli ch'appena si possono passare a cavallo) ed invocò l'intervento governativo per ristabilire l'ordine (qui sono tutti armati da capo a piedi) in una provincia dove "si commettono più di seicento omicidi all'anno" e dove la forza pubblica era praticamente assente, giacché essa consisteva in "circa settanta sbirri dell'Udienza e ventiquattro fucilieri che devono guardare una estensione maggiore di circa centotrenta miglia di lunghezza". Il 9 giugno, dopo aver visitato Cosenza, la Sila ed il Crotonese, egli notò "da per tutto omicidi, furti, atroci vendette, sicure conseguenze dell'impunità", ma nessuna disposizione che potesse preludere ad adunate sediziose: "tutta la gente è avvilita sotto del comando di pochi prepotenti che ne dispongono a lor talento, onde nascono poi tutti quei mali che formano il disordine generale". Solo la città di Crotone è "in un aspetto alquanto diverso, ed è presso a poco sotto l'istesso piede di Catanzaro", e a proposito del pericolo di rivolte aggiunge che "le voci di sottomissioni sono generali e le credo sincere", rassicurando Sua Maestà "poiché per poco che l'azioni del governo riprendono in questi luoghi una certa energia, ogni lontano sospetto resta dileguato".
Nella relazione finale presentata all'inglese John Acton, che da ministro della Guerra e della Marina era diventato capo del Governo nel 1789, l'inviato del re rassicurò sulla sottomissione della popolazione calabrese (l'ignoranza, la povertà e l'assenza di ideali del popolo se da un lato generano episodi di violenza e delitti, dall'altro rivelano la mancanza di un contenuto politico che possa dimostrarsi pericoloso per l'ordine costituito) e protestò contro il mancato funzionamento della Cassa Sacra, i cui amministratori corrotti non si erano per niente adoperati a favore delle popolazioni locali e la Calabria continuava ad essere priva delle più elementari opere pubbliche, senza ordinamento giudiziale e finanziario, abbandonata all'arbitrio di funzionari senza scrupoli ed alla rapacità dei signori feudali (la Cassa Sacra, con la sua amministrazione farraginosa e dispendiosa, lungi dal favorire i poveri, ha generato nuovi privilegiati).
Luigi de' Medici era schietto nel parlare, e nella relazione inviata al Re dichiarò che "invece d'essersi moltiplicato il numero dei proprietari si è anzi quasi diminuito per effetto proprio della Cassa Sacra. Non è dunque meraviglia che i Calabresi reclamino contro la soppressione dei monasteri, ed è grande il danno di credere questi clamori quasi reliquie dell'antica superstizione. Mi si creda, di grazia: non sono così balordi da credere che se questi beni si fossero impiegati a vantaggio loro, la vera religione vi avrebbe sofferto detrimento: dicono solo, e non hanno torto, che, quando dovevansi così sciupare nel foro di Napoli, sarebbe stato miglior partito lasciarsi correre l'antico sistema, poiché allora, se la proprietà non era in una circolazione libera, i frutti almeno si consumavano nel paese".
Egli non nascondeva la sua avversione verso l'Acton, il nuovo consigliere della regina; nutrito d'idee illuministe e amico dei filosofi, tentò fino all'ultimo di rendere accettabile l'assolutismo monarchico, ma sull'onda della repressione che seguì alla Repubblica Partenopea fu arrestato e cadde in disgrazia. Le sue analisi, però, si erano rivelate esatte, e dopo la sua visita in Calabria arrivarono a Napoli numerose accuse di arricchimenti indebiti e di prepotenze. Sull'onda della pubblicistica degli intellettuali riformatori intervennero vescovi, massari, piccoli affittuari, religiosi espropriati e borghesi esclusi. Nino Cortese scrive in proposito: "Sempre più vivi reclami giungevano dalla Calabria. Catanzaro aveva già domandato la convocazione di un parlamento per nominare dei rappresentanti che esponessero al re le loro misere condizioni. Bagnara protestava contro la Cassa Sacra che dava incremento alla disoccupazione, toglieva alla regione il numerario, nulla faceva contro la malaria, mentre la mancanza di scuole aveva dato grande incremento al malcostume e al delitto; chiedeva che si riaprissero i conventi e le chiese... A Bagnara si unirono Reggio, S. Onofrio, Motta di Ciano, Stilo... il vescovo di Mileto... chiedeva la restituzione dei beni... il vescovo di Oppido presenta addirittura la mappa degli abitanti ch'eran soggetti alla sua giurisdizione, perché fosse chiaro il continuo spopolarsi delle diocesi".
Alla visita in Calabria di Luigi de' Medici seguì nel 1792 quella di Giuseppe Maria Galanti, nominato Visitatore Generale, il quale effettuò nella regione un lungo sopralluogo per conto del governo napoletano, e negli oltre tre mesi di permanenza ebbe modo di portare a termine alcune analisi che Augusto Placanica ha definito "le più ampie e acute mai stese sulla regione".
Data l'importanza del documento, e per capire le condizioni di quelle terre sul finire del Settecento, riserviamo buona parte del capitolo di questa nostra storia alla relazione che l'inviato del sovrano ha predisposto per l'occorrenza, e ne riportiamo integralmente alcuni brani, senza nulla aggiungere alla versione originale.
Si parte con la descrizione della Calabria, "la quale forma una penisola bagnata intorno dal mar Jonio e dal mar Tirreno, circoscritta da una catena di monti detta la Sila, ha di perimetro circa 360 miglia e di superficie piana 2.530 miglia quadrate... La sua popolazione è di 423.650 anime calcolate sulle mappe originali delle parrocchie, e non nella mappa infedele del notiziario... Questa provincia ch'è una delle principali del regno, ci presenta una minore popolazione della capitale che si compone di 430.312 anime, senza i soldati e senza gli stranieri e passeggieri. Ripartita la popolazione della Calabria meridionale alla sua superficie piana, ricadono 167 persone a miglio quadrato, il che è uno stato di disertimento".
Dopo aver rapportato la densità della popolazione calabrese a quella delle altre province del Regno, Galanti osserva che "la causa prima e più generale di questa spopolazione procede dal sistema vizioso della giustizia" e ricorda a Sua Maestà le considerazioni già inviate in proposito nei mesi precedenti.
Tornando all'aspetto fisico, scrive che "il paese ha sofferte grandissime rivoluzioni dalle acque e da' terremoti. Gran montagne piene di rocce ora l'attraversano, ora la circondano, ora l'ingombrano. Sono rare le pietre calcaree, e abbondanti le pietre arenarie ed il granito. Le terre nel generale sono magre e sabbiose, ma danno luogo a misti di gran fertilità... Sulla regione del Tirreno oltre le divisate terre ve ne sono di una terza specie che da' naturali sono denominate pille: sono vere argille... Sebbene leggiere e sterili sono adatte all'ulivo".
"La principale contrada è il Marchesato" continua Galanti paragonando la zona alla Puglia per il clima e per i prodotti: "il suolo è cretoso ma feracissimo in frumenti e in fave; nell'inverno vien coperto di animali che di estate dimorano nella vicina Sila. L'aria da pertutto è micidiale. I Catanzaresi sono costretti fare le loro villeggiature di primavera mentre di autunno non possono uscire dal loro paese senza pericolo. Le argille d'inverno e di primavera s'impregnano di acqua, e nell'estate l'azione del sole vi produce delle fenditure dove sortono ferali esalazioni. Il resto della contrada messa sul Jonio è un vero deserto a cagione dell'aria mortifera nelle marine. dopo Cotrone soprattutto il litorale di levante, che per altro è molto bello e molto fertile, esistono due sole popolazioni, cioè castelli di 427 anime e Roccella di 3.452 anime. Dal fiume Neto che divide la Calabria meridionale dalla settentrionale fino a Roccella sono 85 miglia. Una perpetua catena di monti corre sopra la spiaggia e questa ha una certa larghezza".
Nel continuare la descrizione della Calabria ionica, Galanti dice che "il paragio di Reggio è popolato passabilmente ne' contorni di questa città. Ma da Roccella fino a Reggio ci sono 65 miglia e non si trova che Mileto lontano da Reggio 15 miglia circa, ad eccezione di qualche osteria. L'aria è buona...Tutta questa contrada forma il paese più felice dell'Italia ed il più deplorabile... Le terre sono de' baroni e dei luoghi pii che vi preferiscono la libertà del pascolo alla bonificazione per la specie umana".
Poi passa all'altro versante, quello occidentale posto sul Tirreno, definito "la regione oggi migliore della Calabria. Il litorale ha belle e frequenti popolazioni; ma dopo Tropea fino all'estremità della provincia è di aria cattiva. In questa regione si distingue per fertilità la parte che dicesi piana. Nel mezzo quasi tutto inculto, macchioso e deserto. Grandi oliveti sono alle pendici delle colline e presso i borghi abitati. I più be' paesi sono di aria cattiva, come Terranova, Oppido, Seminara, Malochio, Varapodi, Gioja, Drosi, Rosarno, S. Martino, Iatrinoli e Radicena. Le acque stagnanti, la macerazione del lino, la sua battitura dentro l'abitato, la morchia dei trappeti ne sono le fatali cagioni". "Quasi tutti i luoghi piani e bassi - conclude la parte relativa alla descrizione fisica - sono pieni di stagni che viziano l'atmosfera".
Galanti prova poi a descrivere lo stato dei costumi e delle usanze, con un linguaggio che continua ad essere chiaro, a volte brutale, senza orpelli e senza indulgenza, che fotografa una realtà non più legata agli splendori del passato ed alle glorie di un'antichità classica più volte decantata dai letterati e dai viaggiatori stranieri che avevano visitato la Calabria. Anche in questo campo si nota l'influsso dell'lluminismo, il quale aveva determinato una nuova mentalità ed un anelito di progresso che spingevano gli osservatori e gli studiosi verso un metodo di analisi critica dei problemi della regione. Seguiamo direttamente le sue parole.
"I Calabresi sono vivi ed elastici, e sono divenuti facinorosi per essere mal governati. Il loro carattere è quello de' servi degradati. Sono rozzi, queruli di mala fede, spergiuri, denunzianti, calunniatori. Naturalmente sono indocili, ostinati nelle loro idee, risentiti, rissosi e vendicativi. Nelle amicizie e nell'odio sono tenacissimi. Erano ancora sensibilissimi all'onore domestico, ma oggi si nota una sensibile degenerazione su di questo articolo. L'ubriachezza e la mala fede sembrano sempre più allargarsi nella provincia".
"Una prova manifesta della ferocia dell'animo loro è di vedere che il nero è il colore favorito negli uomini e nelle donne. Sono indifferenti alla musica. Sono per lo contrario portati per le funzioni tetre e lugubri. I lutti vanno soggetti a gran riti e formalità. Se ne trovano delle più barbare. Quando muore alcuno nella casa si piange e sta chiuso tre giorni dalle porte e finestre. Si accompagna il morto con urli e pianti. Si rinnova il pianto al termine del mese e dell'anno. Si tengono pagate le persone a questo uso. Il lutto si porta ancora per qualche mese dagli amici del morto e della sua famiglia. Vi sono paesi dove la vedova con la chioma sciolta e ricadente sugli omeri deve stare uno, due e tre giorni fissa su di una sedia in mezzo ad una stanza chiusa. I parenti e gli amici si portano a darle compagnia ed a piangere. Come entrano le donne si strappano i capelli, e questi capelli servono ad ornare la bara del morto. In altri paesi la vedova fino a tre anni non sorte di casa, nè per un anno apre le finestre. Per non farsi vedere, appena l'è concesso di notte andare in chiesa per udir la messa. Per più mesi l'uomo non si rade la barba, non si cambia la camicia, non si manda a macello. Ogni paese ha le sue usanze così barbare che bizzarre su questo articolo".
"Generalmente nella Calabria vi è un fanatismo per la nobiltà, dalla quale si credono investite le famiglie principali di ogni paese anche il più picciolo... Il fanatismo della nobiltà ha prodotto diversi ordini di ceti in quasi tutti i paesi ed una cattiva economia nel reggimento de' comuni. Questi si reggono secondo il capriccio di pochi potenti...Generalmente i sedicenti galantuomini calabresi affettano un certo predominio sulla giustizia, e pretenderebbero rispetto dalle leggi medesime".
"Io ho notato che la rozzezza è nel carattere de' Calabresi. Si trova qualche coltura di spirito soltanto in Catanzaro, Monteleone, Tropea, Reggio e Maida. In questi soli luoghi le donne compariscono e sono ammesse a pranzare co' forestieri. Sulle montagne gli abitanti conservano una maggiore selvatichezza e ferocia. Le marine mostrano una minore rozzezza, perché esercitano un poco di commercio con Napoli e colla Sicilia".
A questo punto la relazione si sofferma sullo stato della salute pubblica, sulle malattie più frequenti e sui loro rimedi: "La scabbia è generale in questa provincia, soprattutto nel Pizzo, in Tropea, in Monteleone. In alcuni paesi si crede che curandola si corre rischio di morire. Questo mostra a quale segno si manca di polizia. Dopo il terremoto è aumentata la febbre terzanaria e della china si fa un uso enorme. Per l'umido contatto nelle baracche si è aggiunta l'idropisia. Di medici e cerusici sta male proveduta la provincia. Hanno i primi avversione a l'uso de' bagni, e questo mostra il loro sapere. Peggiore è l'articolo delle spezierie, perchè la chimica appena si conosce da qualche persona. Le malattie più generali sono le febbri intermittenti che si manifestano nell'autunno. Sono spesso letali per il concorso del putrido. La neve è un rimedio che la provvida natura ha profuso nelle Calabrie. Ma delle nevi si è fatta una privativa fiscale; e tale è stato il governo de' tempi antecedenti che per lucrare poche centinaia di ducati si sono sagrificate molte migliaia di uomini...".
La prima parte della relazione generale termina con l'esame dello stato delle comunicazioni e delle costruzioni, degli istituti scolastici e della religione: "Io ho notato che la provincia è senza comunicazione. Non vi sono strade, né ponti, né osterie. In alcune che portano questo nome, non si trova paglia, né orzo e spesso né pure pane. Nelle Calabrie si viaggia all'uso dei Tartari, esercitando l'ospitalità".
"Per difetto di calce nella contrada di ponente le case della gente poco facoltosa si fanno di fango arenoso indurito al sole. Vi è abbondanza di creta e pochissimo uso di mattoni. Generalmente nella Calabria gli edifizi sono tutti senza gusto e materialmente". "Mancano i buoni istituti ed i colleggi di educazione per cui cresce una cattiva genìa. Ne' seminari si impara la morale casistica ed il bigottismo. A Reggio nel conservatorio delle Salesiane si da alle fanciulle un'educazione austera e fanatica che meriterebbe di essere distrutto. In Catanzaro le scuole regie sono frequentate fuorchè quella di fisica. Il convitto è un luogo niente pulito: tutto è modellato sul gusto generale".
"Da per tutto ho trovato donzelle che restano nubili. Vi sono molte pizzoche, sebbene l'uso del manto siciliano ne abbia minorato il numero. Le donne generalmente si occupano delle cose campestri, meno del zappare o almeno in pochi luoghi. Dove le acque sono cattive come in Catanzaro, si osservano donne gozzose. Il sesso non è vago, fuori in Scilla ed in Bagnara". "La religione di questi paesi è una vera superstizione. L'ignoranza de' preti e cattive istituzioni delle confraternite ne sono le occasioni. Dopo il terremoto, il dispezzo col quale furono trattate le cose sagre ha non poco contribuito a corrompere la morale di questi provinciali".
Dopo aver rassegnato lo stato generale della provincia, Galanti passa a fare le sue considerazioni e proposte, sottomesse agli occhi paterni di Vostra Maestà, ma non accettate nelle sue linee principali. Convinto - scrive Placanica - dell'assoluta incapacità del governo centrale di gestire la situazione delle province del Regno, Galanti rinnovò, per la sola Calabria, la vecchia idea di Domenico Grimaldi, di creare delle Società Patriottiche arricchendole di organismi parlamentari a livello provinciale, con finalità di analisi e proposta in ogni campo, economico, sociale, civile e morale. Era - continua lo studioso di Catanzaro - un estremo tentativo di deviare le energie e le proteste degli intellettuali locali su progetti di riforma, allontanandoli dai propositi eversivi che da tempo in Calabria aleggiavano nei salotti e negli studi, e finanche nelle chiese e nei conventi.
Un certo dinamismo, osserva Placanica, caratterizzava dunque la Calabria settecentesca, ed in particolar modo la sua porzione meridionale, che, quasi giovandosi della "provvida sventura" del terremoto del 1783, conobbe un certo cambiamento, risentendo, e con notevolissima ricaduta, di quelle spinte evolute, e ancor più spesso rivoluzionarie, già in atto in tutta Europa: la regione, prosegue lo storico, continuava, si, ad essere il vecchio serbatoio granicolo di sempre, ma il nuovo si faceva strada.
Giuseppe Maria Galanti aveva avvertito questo cambiamento, ma la sua battaglia di illuminista convinto per sollevare il Mezzogiorno d'Italia da una condizione antica di arretratezza economica e sociale, scrive Luigi Mascilli Migliorini, cominciava in qualche modo a perdere di velocità non solo nell'opinione pubblica del Regno napoletano, sempre difficile all'entusiasmo, ma nella coscienza di quell'opinione pubblica dell'Europa colta alla quale tante volte uomini come lui avevano fatto appello per dare forza e significato al proprio impegno civile. Egli aveva lavorato in favore di una concezione unitaria della penisola italiana, e se si perdeva questa concezione unitaria della fisionomia fisica della penisola, delle sue forme sociali e del suo destino storico, il rinnovamento voluto dai grandi riformatori del secolo avrebbe perso, probabilmente, il suo valore pù profondo. Se, poi, in questa dissoluzione di un oggetto unitario, continua il giornalista, il Mezzogiorno si trovasse a soffrire maggiormente della perdita, trasformandosi da modello ideale a misera periferia di un'altra Italia sulla via della modernizzazione, sarebbe una catastrofe per chi ha speso tutta la sua intelligenza credendo possibile sottrarre quelle terre ad un destino di decadenza irrimediabile.
Ma, scrive Silvio de Majo, tutti i rapporti del Galanti sulle condizioni delle province e sui miglioramenti da perseguire furono sistematicamente sabotati o ignorati. La proposta di creare apposite Società Patriottiche per lo sviluppo del Sud non fu accolta, ed anche per la Calabria venne il tempo del declino e della protesta.
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