LA  CALABRIA

E  LA  REPUBBLICA  NAPOLETANA  DEL  1799

(di Armando Orlando)

Riprendiamo la storia della Calabria, e ripartiamo dal 1799, anno di proclamazione della Repubblica Napoletana.

Questo perchè l'articolo era nato in origine per Calabria letteraria.

            Il re Ferdinando di Borbone e la regina Maria Carolina d’Asburgo si sono imbarcati sui legni inglesi e portoghesi e sono fuggiti in Sicilia, abbandonando Napoli e mettendosi sotto la protezione di Orazio Nelson. Vicario Generale del Regno è stato nominato Francesco Pignatelli dei principi di Strongoli. Il 12 gennaio del 1799 il Vicario conclude un armistizio con il generale francese Giovanni Stefano Championnet ed “il popolo – scrive Vincenzo Cuoco – si credette tradito dal vicario, dalla Città, dai generali, dai soldati, da tutti”. Tradito anche da san Gennaro, se è vero che in quei giorni di gennaio il sangue si scioglie pure dinanzi alle truppe francesi e la plebe napoletana, ostile alla Rivoluzione e ai giacobini, sostituisce il Patrono con sant’Antonio da Padova.

            Gruppi di popolani girano armati per le strade della città e gridano Viva la Santa Fede, Viva il popolo napolitano!. Nella notte tra il 16 ed il 17 gennaio pure Pignatelli abbandona la città, ed il comandante dell’esercito napoletano si toglie la divisa di generale borbonico per vestire quella di ufficiale austriaco, arrivando poi a chiedere a Championnet di non essere considerato prigioniero di guerra.

            La situazione era drammatica ed il popolo era irrequieto. “Non mancavano agenti della corte che lo spingevano a nuovi furori, non mancava quello spirito di rapina che caratterizza tutt’i popoli della terra, non mancavano preti e monaci fanatici, i quali, benedicendo le armi di un popolo superstizioso in nome del Dio degli eserciti, accrescevano colla speranza l’audacia e coll’audacia il furore”, scrive ancora Cuoco, il quale ci informa che “il popolo non amava più il re, non volea neanche udirlo nominare; ma amava ancora la sua religione, amava la patria e odiava i francesi”. E poi aggiunge: “la città intera non offrì che un vasto spettacolo di saccheggi, d’incendi, di lutto, di orrori e di replicate immagini di morte”.

            I fratelli Ascanio e Clemente Filomarino furono uccisi, “vittime miserabili della perfidia di un domestico scellerato”, ed ogni tentativo di calmare la folla fu vano. Per due giorni il popolo, ormai scatenato, si mise a condurre una propria guerra per difendere quella idealità e quella fede che il re, fuggendo, aveva tradito. Nella notte tra il 19 ed il 20 gennaio i giacobini si impadronirono di Sant’Elmo; il 21 dichiararono Ferdinando IV di Borbone decaduto dal trono e fu proclamata la Repubblica Napoletana, issando il vessillo tricolore, giallo, rosso e blu.

            Il 23 gennaio Championnet vinse la tenace resistenza opposta alle sue truppe dalla mobilitazione popolare ed entrò a Napoli. Benedetto Croce dirà che quell’evento segnò l’atto di nascita del Risorgimento italiano.

            Secondo l’uso della Rivoluzione francese, in molti paesi del regno di Napoli furono piantati gli alberi della libertà ed il 24 gennaio 1799 fu promulgato il primo Governo provvisorio (presidente Carlo Lauberg, di Teano), nel quale furono chiamati i calabresi: Pasquali Baffi, professore universitario di lingua e letteratura greca, bibliotecario dell’Accademia Ercolanense; Vincenzo De Filippis, professore di matematica all’università di Bologna; Giuseppe Logoteta, avvocato; Domenico Bisceglie, avvocato.

            L’entusiasmo che si era creato attorno alla repubblica fu grande, e nelle province del Regno ritornarono gli esuli che  avevano trovato asilo in Lombardia, in Liguria e poi a Roma.

            Vincenzio Russo, tornato a Napoli come medico di un reggimento di fanteria dell’esercito francese e divenuto membro della Commissione legislativa della Repubblica Napoletana, chiese una riduzione degli stipendi dei membri del governo provvisorio e invocò un sistema fiscale progressivo per colpire i più ricchi. Il medico Domenico Cirillo convinse  i colleghi a visitare i poveri gratuitamente. E poi seguirono diversi provvedimenti legislativi a favore del popolo.

            Ma, come abbiamo scritto nel capitolo precedente, i generali avevano ricevuto precise istruzioni dal Direttorio di Parigi, ed il 5 febbraio 1799 un decreto del commissario civile Faypoult aveva dichiarato patrimonio della Francia i beni della Corona di Napoli, i palazzi, le regge, i boschi della cacce, i beni dei monasteri, le doti dell’Ordine di Malta, i feudi allodiali, i Banchi pubblici, la Fabbrica della Porcellana ed i siti archeologici di Ercolano e Pompei. Il decreto suscitò un’ondata di protesta, in città i disordini si fecero intensi e Championnet fu costretto ad sospendere l’esecuzione delle norme ottenendo l’allontanamento del commissario francese.

            Ma il 27 febbraio Championnet (definito da Alberto Valles Poli “uno dei più onesti generali francesi che combatterono in Italia”) fu richiamato in Francia e partì da Napoli lasciando un buon ricordo. Al suo posto fu inviato il generale Giacomo Macdonald,  un funzionario di carriera nato a Sedan da famiglia scozzese e destinato ad essere maresciallo di Francia. Al contrario del suo predecessore, Macdonald riportò a Napoli il commissario Faypoult ed insieme assecondarono le direttive parigine (“Imponete e riscuotete tributi con rigore e rapidità. E’ nei primi momenti della vittoria che il vinto paga senza discutere”), riprendendo la politica di spoliazione nei confronti dei territori soggetti ai francesi.

            Nel frattempo, con legge del 9 febbraio il territorio del Regno era stato diviso in undici dipartimenti, ed in Calabria furono istituiti i dipartimenti di Crati (Cosenza) e Sagra (Catanzaro). L’albero della libertà cominciava ad essere piantato anche in questa regione.

            A Catanzaro divennero repubblicane alcune importanti famiglie della nobiltà cittadina. A Cosenza la notizia della proclamazione della Repubblica arrivò con una lettera dell’abate Francesco Saverio Salfi e furono piantati tre alberi della libertà; in città l’adesione alla causa giacobina fu condivisa da buona parte della popolazione, ma molti suoi Casali furono ostili. A Crotone scesero in campo i Lucifero, il Seggio dei Nobili fu demolito e al suo posto fu piantato l’albero.

            Tutto questo mentre a Cutro il popolo chiedeva di abolire i privilegi feudali sulle terre e mentre a Cirò il carattere antifeudale del movimento prendeva il sopravvento, in virtù dell’adesione alla Repubblica di gran parte della popolazione che chiedeva la liquidazione di importanti diritti feudali.

            A Rossano l’albero della libertà piantato nella piazza del Mercato ottenne l’approvazione dell’arcivescovo Cardamone. A Paola aderì alla Repubblica l’intera classe dirigente, compreso il clero. A Tropea aderirono molti esponenti del ceto borghese e diversi nobili. A Corigliano la borghesia cittadina celebrò la vittoria sul feudatario del luogo. Squillace proclamò la Repubblica il 3 febbraio.

            Molte terre della Calabria, però, rimasero fedeli ai Borbone, e fra queste la costa ionica tra Catanzaro e Reggio e la striscia di terra che va dallo Stretto di Messina fino a Scilla e Palmi; qui la diffusione del moto repubblicano veniva ostacolata dal ceto contadino che, per combattere le nuove idee, si era alleato con alcuni esponenti della nobiltà e della borghesia.

            A Nicastro l’albero fu piantato nel cortile del seminario; la borghesia seguì passivamente l’avvento della Repubblica e la plebe manifestò la sua diffidenza, mentre il vescovo Pellegrini accompagnò i Francesi in cattedrale per un “Te Deum” di ringraziamento. L’albero della libertà fu innalzato pure sul castello di Amantea, ma anche qui mancò l’appoggio popolare. A Monteleone, invece, al moto furono partecipi nobili, borghesi, proprietari, commercianti e professionisti.

            Sulla scia del “Monitore napoletano”, anche in Calabria cominciò a diffondersi la stampa politica, ed uno dei giornali locali fu il “Veditore repubblicano”, fondato da Gregorio Mattei, considerato da Francesco Pitaro uno dei primi giornalisti politici calabresi assieme a Francesco Salfi e Giuseppe Logoteta, firmatario, quest’ultimo, dell’atto di decadenza della monarchia borbonica. Un altro calabrese, Michele Torcia, collaborò al “Monitore” di Eleonora de Fonseca Pimentel, a Napoli.

            Nel frattempo, dalla vicina Sicilia, “Ferdinando guardava bieco la nostra nascente libertà e da Palermo moveva tutte le macchine per riacquistare il regno perduto”, mentre nelle province, la farina cominciò a scarseggiare ed il prezzo del pane aumentò. Le navi che trasportavano il grano della Calabria e della Sicilia verso la capitale furono assalite e predate dai navigli inglesi e siciliani, e nei territori della Repubblica, oltre alla fame e al contrabbando, crebbe il malcontento.

            La Calabria, che più di ogni altra regione aveva bisogno di riforme, divenne invece una roccaforte borbonica ed il suo territorio ospitò molti focolai di resistenza all’ideale repubblicano. Agenti borbonici attraversavano paesi e città per incitare il popolo alla rivolta. I baroni si misero a reclutare armati nelle carceri, e nella mobilitazione contro i francesi si distinsero Raffaele Falsetti, il canonico Piro e Nicola Gualtieri, il brigante del Reventino noto col nome di Panedigrano. Ma altre regioni non erano da meno. Lecce, Matera, L’Aquila, Trani e gli Abruzzi si erano sollevati aggregando uomini reclutati dai baroni, militari sbandati dell’esercito borbonico, braccianti e boscaioli affamati e senza lavoro, fuorilegge guidati dai capimassa Michele Pezza, Gaetano Mammone, Giuseppe Pronio, Gerardo Curcio detto Sciarpa.   

            I patrioti erano preoccupati per l’avanzare della rivolta e per le congiure che a Napoli potevano scoppiare a favore dei Borbone. Macdonald il 4 marzo aveva stabilito che “il governo è autorizzato ad arrestare qualsiasi cittadino sospetto” ed era arrivato a vietare il suono delle campane in caso di allarme, “sotto pena di morte”.

            Il 18 marzo era giunto a Napoli Giuseppe Andrea di Abrial, magistrato francese di idee moderate, inviato in Italia con il compito di organizzare il governo della Repubblica. Egli divise il potere legislativo da quello esecutivo ed il 15 aprile costituì un nuovo governo provvisorio con il calabrese De Filippis ministro dell’interno. La società patriottica “Amici della legge”, appena fondata, fu affidata alla presidenza di Francesco Saverio Salfi, di Cosenza.

            La legge sull’abolizione della feudalità fu approvata il 25 aprile; il 27 fu abolito il testatico, imposta diretta sui capifamiglia; il 9 maggio fu abolito il dazio sulla farina ed il 14 fu approvata la legge di riforma dell’ordinamento giudiziario; il 6 giugno fu abolito il dazio sul pesce.

            Ma tutto ciò non bastò per ottenere il favore del popolo. La stessa legge sull’abolizione della feudalità, che era la massima espressione dei principi della Rivoluzione, era arrivata tardi ed era stata pubblicata solo nel dipartimento del Volturno. Le province ignoravano quello che avveniva a Napoli e nella capitale si ignorava quello che avveniva nelle province. Mancavano i collegamenti e molti episodi di anarchia e saccheggio erano favoriti dall’assenza di comunicazione. Il popolo finiva per credere al primo arrivato; ovunque si diffusero falsità e intrighi e nella propaganda contro i repubblicani si distinsero molti religiosi.

            Pietro Colletta ci informa che “I Borboniani calabresi spedirono al re nella vicina Sicilia fogli e legati per avvisarlo delle condizioni di quelle province, e pregarlo mandasse milizie, come che poche, ed armi assai, e personaggi di autorità, e leggi e bandi per aiutare lo zelo delle genti già mosse; soccorresse il suo regno; impietosisse de’ suoi fedeli esposti alle vendette dei nemici esteriori ed interni”. E ad intercettare le preoccupazioni e le ansie del popolo intervenne Fabrizio Ruffo, un uomo di Santa Romana Chiesa nato nel castello di S. Lucido, in provincia di Cosenza.

            Il giovane Fabrizio, all’età di vent’anni, aveva rifiutato la pronuncia dei voti sacerdotali ed aveva continuato a studiare fino a conseguire la laurea in giurisprudenza. Nominato cardinale in pectore da Pio VI (Giovanni Angelo Braschi), era stato capo della Tesoreria Generale dello Stato pontificio ed aveva avviato importanti riforme. Le sue leggi liberarono la classe contadina dai vincoli feudali e la resero padrona dei frutti della terra e del lavoro. Scrive Enzo Piscitelli che l’azione amministrativa del cardinale Ruffo quale ministro dello Stato Pontificio “s’innesta, sia pure in ritardo, nel movimento riformatore degli Stati europei e dei più avanzati Stati italiani, come la Lombardia e la Toscana”,.

            Dalla Sicilia, Fabrizio Ruffo cominciò a raccogliere uomini da inquadrare sotto le bandiere di una Armata Cristiana che aveva come simbolo una croce bianca apposta sul cappello; una croce che diede alle varie formazioni il nome di Santa Fede. “Grandi strumenti di controrivoluzione furono tutte le milizie dei tribunali provinciali, tutti gli armigeri dei baroni, tutt’i soldati veterani che il nuovo ordine di cose avea lasciati senza pane, tutti gli assassini che correvano con trasporto dietro un’insorgenza, la quale dava loro occasione di poter continuare i loro furti e quasi di nobilitarli”.

            Qualche giorno dopo la fuga di Pignatelli da Napoli, ed esattamente il 25 gennaio 1799, il re aveva trasferito a Ruffo le funzioni di Vicario Generale con l’ordine di raggiungere la Calabria. Ed in Calabria il cardinale sbarcò il 7 febbraio, con due vecchi cannoni senza munizioni e assieme ad altre sette persone, fra cui un aiutane in campo, un abate e un cappellano. Andò ad abitare nella villa di campagna del fratello Vincenzo, nei pressi di Villa San Giovanni, accolto dal clero e dai notabili, e “con pazza gioia dalla plebe”, annota Colletta.

            Ruffo fissò il primo quartier generale a Pezzo (nell’attuale territorio di Villa San Giovanni), dove la famiglia possedeva un fondo e dove trovò già 80 persone ad attendendo; fra queste, Antonio Winspeare, generale dell’esercito borbonico, già Preside di Catanzaro,  Angelo di Fiore, già uditore presso la Regia Udienza di Catanzaro, ed il tenente di Scilla Francesco Carbone.

            Fissata la paga giornaliera in 25 grana per la truppa, 35 grana per i caporali (uno ogni quindici soldati) e 5 carlini per i capi massa ed i sergenti (uno ogni trenta soldati), il cardinale nominò Natale Perez capitano, Carbone comandante delle truppe sciolte degli Armigeri, il marchese Malaspina Ispettore della Milizia e don Annibale Caporossi cappellano. Questo fu il primo nucleo di un esercito destinato a strappare ai francesi il regno di Napoli, per essere poi riconsegnato ai Borbone.

            Il 13 febbraio il cardinale fu a Scilla, il 23 a Rosarno e poi a Mileto.

            La spedizione sanfedista a Reggio non ebbe molte ripercussioni, anche perché la partecipazione di Angelo di Fiore al precedente governo cittadino aveva assicurato la fedeltà del popolo alla causa borbonica. Scilla era stata uno degli ultimi baluardi della resistenza borbonica e per questo confermava la sua ostilità verso i Francesi, mentre Gioia assisteva al passaggio delle prime colonne della Santa Fede che da Bagnara si muovevano verso Rosarno e verso Mileto, per sferrare poi l’attacco alla municipalità di Monteleone. A Tropea l’albero della libertà fu abbattuto dopo soli quindici giorni e la città inviò i suoi ambasciatori a Mileto per trattare la resa.

            Gaetano Cingari scrive che già nei giorni successivi allo sbarco di Ruffo in Calabria “l’unità interna della repubblica si era spezzata a cagione della grande paura che aveva sconvolto gli animi dei repubblicani più timidi o più interessati ad evitare gli eccessi della controrivoluzione popolare”.

            Intorno a Monteleone si registrarono violenze di ogni genere da parte delle truppe sanfediste e molti giacobini abbandonarono la città. Il primo marzo Monteleone lasciò entrare Ruffo senza opporre resistenza, anche se il Cuoco dice che la città era “ripiena di spirito repubblicano”.

            Il 6 marzo il cardinale scriveva al ministro borbonico Acton: “Prendo la marcia per Catanzaro. Ho circa quattro mila uomini, ma spero sotto Catanzaro averne diecimila. Porto tre pezzi di artiglieria. Sarà quello che Dio vorrà”. Il giorno dopo a Catanzaro iniziò la controrivoluzione e furono distrutti gli emblemi repubblicani; saccheggiate le abitazioni delle famiglie De Nobili, Salsano e Veraldi, le orde sanfediste si abbandonarono alla violenza, mentre nelle campagne operavano comitive di banditi guidati da Angelo Paonessa, detto Panzanera, e Arcangelo Scozzafava, detto Galano.

            Il 10 marzo le forze di Giuseppe Mazza di Taverna, aiutante di Ruffo, occuparono Paola. Nella zona, Fiumefreddo, San Lucido ed altri paesi rimanevano fedeli ai Borbone, ad eccezione di Amantea, dove fu necessaria la forza e dove i popolani, guidati dal possidente Mario Mirabelli, imprigionarono i repubblicani e la fazione borbonica si abbandonò ad atti di repressione contro i giacobini, saccheggiandone le case. Il 12 marzo da Borgia il cardinale Ruffo lanciò un proclama: “Quindi è necessario l’ordine e la condotta per riuscire più agevolmente e con minore incomodo delle popolazioni nella giusta difesa della religione, dell’onore, del trono e degli averi. Comandiamo ed ordiniamo a tutti i popoli delle Calabrie, che per mezzo dei loro governatori, sindaci, capitani militari si descriva tutto il numero delle persone atte alle armi, si dividano per centinaia ed ogni cento persone eliggano un caporale a lui subordinato…”.

            Il 14 marzo dalla Marina di Catanzaro partiva una lettera di Ruffo inviata ad Acton: “Mi sono risoluto di prendere la strada di Cotrone invece di quella di Cosenza… quando arriverò a Cotrone spero di avere almeno ottomila uomini io solo”; ed ancora “Ho avuto anche nuova che Rossano è nostro, Luzzi nostro, si crede anche Corigliano”.

            Rossano e Corigliano, invece, erano ancora repubblicane, ma nella notte tra il 14 ed il 15 marzo cadde Cosenza, sotto i colpi inferti dalla colonna di Mazza che da Amantea si era diretta nella città dei Bruzi passando per Rogliano, dove si era rinforzata aggregando le masse realiste di Giuseppe Licastro.  Il 18 marzo i sanfedisti assaltarono e saccheggiarono il Collegio albanese di S. Demetrio Corone, frequentato da alunni e professori amanti della libertà.

            “Crotone, avvertita delle intenzioni del cardinale, che non poteva tardar molto ad assaltarla, si preparava intrepida a difendersi”, scrive Armando Lucifero, e la mattina del 19 marzo soldati francesi e semplici cittadini tentarono invano di aggirare le posizioni nemiche. Le truppe realiste misero in fuga i repubblicani e le porte della città furono aperte agli uomini della Santa Fede. “La plebe cotronese, che da repubblicana col sole, era, per incantesimo, diventata borbonica col tramonto, principiò a far man bassa su tutto e su tutti, senza riguardi e senza freno”.

            Con la caduta di Cotrone ormai la Calabria era nelle mani del cardinale, scrive Gustavo Valente, ed il governo napoletano, cercando di correre ai ripari, inviò in Calabria due commissari, Giuseppe Poerio per il Dipartimento della Sagra e Pietro Malena per il Dipartimento del Crati.

            Il 16 marzo i due uomini raggiunsero Corigliano, ma la notizia della caduta di Cosenza gettò i repubblicani nel panico e la stessa sera del 16 marzo, vigilia delle Palme, a Corigliano fu strappato il tricolore e abbattuto l’albero. Malena ed il segretario Paolo Marrazzo, catturati dalle orde reazionarie, con decreto del 20 aprile “furono condannati a morte nel modo militare e la sentenza fu eseguita nel largo del castello di Corigliano per delitto di lesa maestà”. Poerio, con altri esuli, riuscì invece ad imbarcarsi e si salvò approdando a Policoro.

            Il 3 aprile Ruffo poteva scrivere ad Acton: “Le Calabrie sono ormai interamente ridotte all’ubbidienza del Re Nostro Signore, poiché dei paesi ribelli non rimanendo altri di qualche considerazione, se non Corigliano e Rossano: il primo è stato realizzato dal popolo istesso…: l’altro, intimorito dall’avvicinamento della mia truppa, ha già mandata una deputazione direttami da quel monsignore Arcivescovo con una sua lettera”.

            Nelle province i seguaci del re borbone disponevano di mezzi di comunicazione superiori a quelli del governo repubblicano, e lungo le coste del Mediterraneo gli insorti ricevevano armi e viveri dalle navi inglesi. A Napoli Gherardo e Gennaro Baccher, esponenti di una facoltosa famiglia di commercianti di origine svizzera, stavano organizzando una congiura che prevedeva per l’8 aprile l’occupazione di Castel Sant’Elmo, la liberazione di tutti i prigionieri politici di fede borbonica e la sollevazione del popolo contro i francesi.

            La congiura fu scoperta grazie all’ingenuità di Luisa Sanfelice, ma nel frattempo il 2 aprile navi inglesi, portoghesi e napoletane avevano occupano Procida, Ventotene e Ponza. A Procida il 12 aprile arrivò come giudice Vincenzo Speciale, il quale cominciò a perseguitare i repubblicani e in pochi giorni mandò a morte 16 patrioti. Il 14 aprile le masse di Sciarpa incrociarono a Castelluccio una colonna di napoletani comandata dal generale Giuseppe Schipani, che muoveva verso il Sud col proposito di arrestare la marcia di Ruffo; le truppe filo francesi furono sconfitte e costrette a ripiegare verso Napoli.             Il territorio del Regno si presentava ormai diviso in due parti: da una i controrivoluzionari filo borbonici, che Cuoco chiama gli insorgenti, dall’altra i democratici giacobini e repubblicani.

            Il 7 maggio Ruffo arrivò a Matera. Il giorno dopo fu assaltata Altamura; dopo due giorni di resistenza la città cadde e gli abitanti, per sfuggire alle orde sanfediste, abbandonarono le case. Il 13 maggio cadde Salerno. In Campania resisteva Venafro; in Lucania resistevano le municipalità repubblicane di Avigliano, Potenza, Muro, Piperno, Santofele e Tito, riunite nel “patto di concordia” voluto a marzo dai fratelli Vaccaro; resistevano pure le popolazioni repubblicane del Cilento, evitando che le rivolte di Calabria e di Salerno entrassero in collegamento; Foggia era difesa da una formazione della guardia nazionale formata da duemila persone.   

            Intanto il generale Antonio Micheroux, plenipotenziario di Ferdinando IV, partito da Corfù con una flotta allestita grazie agli aiuti russi e turchi, il 3 maggio occupò Brindisi; il 14 giunse a Bari, il 16 a Barletta, il 22 a Foggia. Il 4 giugno cadde Campobasso e due giorni dopo le forze realiste entrarono in città. Per i repubblicani era perso pure il Molise; e mentre contadini e pastori contendevano ai francesi gli Abruzzi, il generale Micheroux si congiunse il 5 giugno con l’esercito del cardinale e Napoli si trovò in una situazione di stato di assedio, con le navi inglesi e portoghesi nel Golfo e le armate sanfediste di Ruffo in rapida avanzata dal Sud.

            Quello stesso giorno, il 5 giugno 1799, il Monitore napoletano pubblicò la notizia dello sbarco in Puglia dei 500 russi parlando di uno sbarco di “assassini”.

            Contro la Repubblica si scatenò l’inferno, assalita da napoletani, siciliani, inglesi, romani, toscani, russi, portoghesi, albanesi e turchi. A poco a poco tutte le colonne inviate contro il cardinale furono respinte e tra Napoli e Portici oppose resistenza solo il forte di Vigliena, presidiato da un reparto della famosa legione calabra, la quale contava tremila calabresi “senza uniformità d’armi e di vesti, né stanze comuni, né ordini di reggimenti”, dice Colletta, truppe volontarie organizzate dall’ufficiale Agamennone Spanò, di Reggio, e riunite sotto la bandiera nera con il motto “vincere, vendicarsi, morire”.

            Attaccato il 12 giugno da tre compagnie sanfediste composte, pure queste, da calabresi, il Forte fu fatto saltare dal sacerdote Antonio Toscano di Corigliano, il quale preferì dare fuoco alle polveri provocando la strage di vinti e vincitori, piuttosto che cedere la piazza ai realisti.

            Il 13 giugno 1799 i soldati repubblicani abbandonarono le strade di Napoli per rinchiudersi nel Castello del Carmine, e la città conobbe un altro periodo di furore popolare, con saccheggi, vendette, devastazioni e incendi. Il 15 giugno cadde Castellammare. Il 19 giugno fu pattuito un armistizio di tre giorni tra i sanfedisti ed il comandante francese Méjan, ed il 21 caddero Castel Nuovo e Castel dell’Ovo. L’atto della capitolazione fu firmato il 23 giugno, ed alla sua sottoscrizione intervennero, tra gli altri, i comandanti degli eserciti della Seconda Coalizione, il russo Baillie, il turco Acmet e l’inglese Foote.

            La Repubblica Napoletana aveva avuto vita breve: proclamata il 21 gennaio 1799, era caduta dopo soli cinque mesi, il 13 giugno dello stesso anno.

Armando Orlando

 

 

© Sanmangomia.it - Webmaster: Pasquale Vaccaro