GIACINTO FALSETTI - AFRICA 1942

(Ricerche di Francesco Torchia)
(Elaborazione Pasquale Vaccaro)

 

Abbiamo da poco lasciato la Tripolitania lasciando dietro a noi tanti morti ammazzati caduti inutilmente per una guerra assurda ed inutile voluta dal fascismo. L’unica via di scampo anche se di breve durata è la Tunisia; tre armate potenti e con armi moderne ci inseguono come lupi, la nostre sorte è segnata, ma Mussolini ed Hitler ancora hanno tanti biglietti da staccare per l’altro mondo.
I camerati tedeschi che operano con noi in Africa cadendo l’uno sopra l’altro anche loro imprecano contro Hitler ma il criminale è sordo.
Americani, inglesi, francesi fanno la guerra di dietro guardia, usando per battistrada un enorme massa di truppe di colore, carne selvaggia di poco prezzo ma feroci assassini senza onore e senza Dio.
I francesi anche loro mercanti di pelle nera hanno il fronte più temuto in quanto hanno raggiunto una divisione della legione straniera un misto di disperati venduti, senza patria nè bandiera, sono barbaramente addestrati e preferiscono il pugnale; veri specialisti in agguati a sorpresa, lo svolazzare di una allodola può segnalare la loro presenza. L’ululato di uno sciacallo o il ruggito di una tigre spesso imitato, sono segnali fra di loro perciò tutto va trattato con cautela.
I soldati italiani sono scarsamente addestrati e privi di armi moderne da competere con tre potenti bene addestrati, difendiamo la nostra pelle con vecchi archibugi, la maggior parte residui della guerra 15-18. Cantare vittoria come vuole Mussolini sono gemiti dei pazzi, specie quando la campana suona gli ultimi rintocchi di speranza perduta.
Siamo alla vigilia di Natale 1942 da due settimane in Tunisia.
Le tre armate avversarie hanno stretto intorno a noi una morsa a ferro di cavallo, la sola parte ancora libera è il mare, sorvegliata giorno e notte dagli aerei americani che ci ostacolano i rifornimenti.
Per poter sopravvivere siamo costretti a razziare come belve, il bestiame dei coloni tunisini, aggiungendo altri nemici più pericolosi dei primi, che per rappresaglia minarono l’unico acquedotti ancora in mano nostra, i pochi pozzi esistenti due su tre erano a secco, il restante uno si uno erano avvelenati e nessuno di noi sapeva quale era il buono, fu un calvario che sfiorò l’orlo della disperazione e la pazzia in una terra ardente e disperata anch’essa vittima di una guerra inutile voluta dal fascismo.
Il 23 dicembre un aereo della croce rossa ci buttarono giù milioni di volantini offrendoci una settimana di tregua.
Il 24 notte fui mandato di pattuglia insieme ad altri cinque, il compito era di sorvegliare l’unico ponte su un fiume salato; ci infilammo in uno stretto canaletto naturale fatto a serpentina, avevamo tutte mimetizzate e scarpe felpate e come armi mitragliette col silenziatore e con l’ordine di usarle solo se attaccati per primi, ordini che in guerra vengono rispettati in parola ma in via di fatti è diverso.
Giunti in una curva a esse ci imbattemmo con una pattuglia nemica e per fortuna da ambo le parti che erano di razza bianca, per un attimo malgrado la tregua prevalse con diffidenza e in silenzio continuammo a guardarci in cagnesco, fu una fortuna che nessuno fece una mossa sospetta, ne da una parte ne dall’altra, e infine fu il nostro sergente a rompere il ghiaccio augurandoci buon natale, della pattuglia nemica, il suo capo, un caporale americano ci rispose in italiano e come segno di intesa bevemmo tutti alla stessa borraccia.
Fu un incontro pericoloso e sospettoso sin dall’inizio alla fine, ma infine prevalse la fede perché tutti figli dello stesso dio, ci scambiammo sigarette ed altri ricordini e tutti insieme maledicemmo la guerra. Da buoni cristiani ognuno fece ritorno al suo comando per ritornare il 29 sul campo di battaglia e scannarci come cani. GIACINTO FALSETTI –AFRICA 1942-

 

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