IL CATASTO ONCIARIO

Da ricerche storiche di Francesco Torchia

 

 

        L'arrivo di Carlo III di Borbone a Napoli, il 10 maggio 1734, segnò l'inizio di una fase nuova per il Regno alimentando in tutto il popolo grandi speranze.  Il Re affrontò con urgenza due problemi indilazionabili: il riordinamento della struttura dello Stato e la revisione dei rapporti con la Chiesa. Quest'ultimo era molto delicato, oltre che grave, perché toccava il forte potere del Clero che, a causa delle esenzioni fiscali e delle immunità personali e giurisdizionali godute dagli ecclesiastici, aveva di fatto costituito uno Stato nello Stato.

        Il Sovrano, coadiuvato dal ministro Bernardo Tannucci e dal cappellano Celestino Galiani, nel 1741 stipulò con la Santa Sede un Concordato che gli riconosceva il diritto d'imporre tributi sui beni della Chiesa, limitare l'immunità degli ecclesiastici ed elevare i requisiti morali e culturali per l'ordinamento dei Sacerdoti.

        Carlo III, per quanto riguarda il riordinamento dello Stato, ritenne indispensabile dare un assetto amministrativo più idoneo e rispondente alle reali esigenze della popolazione. il ReI, con il Regio Dispaccio del 4 ottobre 1740 (De forma censuali sive capitatione) e la Prammatica del 17 marzo 1741, rinnovò il sistema fiscale per avere una migliore e più equa tassazione. Furono pubblicate le istruzioni per la compilazione del Catasto Onciario (così detto in quanto il capitale, la cui rendita veniva tassata, era calcolato in once, equivalente ciascuna a 6 ducati).

        La legge prevedeva che non si dovesse lasciare un palmo di terra non controllato dalla legge generale, però così facendo risultò che si era dato minor valore alla terra dei ricchi, forti e prepotenti, e più valore a quella dei poveri, che in tal modo finivano per essere maggiormente tassati. A conti fatti, era più efficace una tassazione sui beni di prima necessità come farina, olio, sale, carne e vino. Le gabelle, se pur guardate con sdegno, si pagavano, mentre le rate a scadenza giornaliera opprimevano i poveri.

        La tassazione non avveniva più per fuoco ma gravava su tutti i cittadini secondo la loro capacità contributiva in quanto considerati membri dell'Università, ed anche sui forestieri residenti e non residenti che avevano in loco dei beni. Si era tassati per il testatico (cioè a testa), per i beni che si possedevano, e per l'industria (attività esercitata).
 

    Alla tassazione erano assoggettate le seguenti categorie:

1.   Cittadini abitanti e non abitanti: erano tenuti al pagamento del "Testatico" Per il testatico erano gravati da imposta tutti. I capifamiglia fino a 60 anni  erano esenti dal pagamento del tributo come pure i maschi inferiori ai 14 anni, mentre dai 14 ai 18 anni pagavano la metà. Erano esenti dal testatico o dall’imposta sul lavoro coloro che vivevano di rendita, di professione nobile o esercitavano professioni nobili (notaio, medico, avvocato) in quanto si riteneva che la loro attività era originata dall'intelletto, considerato una grazia divina. Coloro che esercitavano un'arte manuale dovevano corrispondere la tassa sul mestiere che si differenziava in base all'attività svolta.

2.   Le vedove e le vergini venivano accatastate a parte e pagavano per i loro beni se la rendita superava i sei ducati.

3.   Ecclesiastici secolari cittadini: dovevano comparire nel Catasto solo per quella parte di rendita che superava i limiti entro cui era fissato nella diocesi il patrimonio sacro, che doveva restare esente da tasse.

4.   Forestieri abitanti laici: pagavano la tassa per i beni immobili ("bonatenente").

5.   Ecclesiastici forestieri secolari abitanti: comparivano nel Catasto solo per quella parte di rendita che superava il massimo consentito come patrimonio sacro immune.

6.   Chiese, Monasteri e luoghi pii erano tenuti al pagamento della bonatenente per la metà.

7.   Forestieri non abitanti, ecclesiastici secolari: dovevano pagare la bonatenente sempre che i loro beni superassero la rendita immune come patrimonio sacro.

8.   Forestieri non abitanti laici, iscritti nel Catasto perché proprietari di beni del Comune: dovevano pagare la bonatenenza.

9.   Il feudatario veniva tassato per i soli beni burgesantici (sono quei signori che non hanno il privilegio della franchigia concessa alla loro città).

        Il Catasto Onciario di San Mango venne redatto in maniera molto semplice e schematica dai suoi Magistrati deputati, eletti in un pubblico Parlamento, redatto secondo le Reali Istruzioni della Regia Camera della Sommaria e pubblicato il 15 ottobre 1753.

        Nell'Onciario vennero registrate tutte le persone, compresi gli ecclesiastici e i forestieri nche non residenti. I nuclei familiari furono elencati in ordine alfabetico secondo il nome proprio del capofamiglia di cui si riportavano l'età, la condizione sociale, il nome, il cognome e l'età della moglie, il nome e l'età dei figli: se questi erano maschi doveva essere indicata l'attività svolta nell'ambito familiare, se femmine, dai dieci anni in poi venivano connotate come virginis in capillis (secondo un'antica usanza longobarda). Allo stesso modo dovevano essere riportati tutti gli altri parenti, se presenti nel nucleo familiare.

        A questo elenco seguiva la descrizione dei beni immobili, specificando se la casa era di proprietà oppure in fitto (elencando anche il numero dei vani) con l'indicazione del rione.  Per i terreni bisognava indicare il tipo di coltura, la località e il valore. Dovevano essere dichiarati gli animali posseduti e quanto per essi si doveva corrispondere al fisco: 12 carlini per un bue aratore, 6 carlini per vacca, 1 per montone, pecora e agnello, 8 per capra, 2 per capretto, 6 per somaro, 9 per giumenta, 10 per stacca (giovane giumenta), 9 per mulo da soma, 3 per scrofa e porco.

        Questo nuovo tipo di tassazione non diede i risultati sperati, cioè una migliore e più equa distribuzione dei carichi fiscali; andò tradita la speranza che il feudatario finalmente avesse cominciato a pagare le tasse sui beni burgensatici. Le remore frapposte dal feudatario e dai massari furono tali e tante da provocare il fallimento della riforma.

        Unanime fu il giudizio negativo sul Catasto perché colpiva il bracciante e l'artigiano nella persona (tassa di capitazione) e nel lavoro (reddito del lavoro manuale) di ciascun componente maggiorenne della famiglia, oltre alla tassa sulle terre e sulle industrie.

        Durante la dominazione spagnola la scure del fisco si abbatteva su tutti e su tutto sottoponendo i contribuenti ad ogni genere di sopruso. La tassa più onerosa era quella sul macinato, ma anche quelle sul focatico ed il dazio sul grano non erano da meno. Per ogni tomolo di grano macinato l’imposta da pagare era di 1 carlino.

        Le gare per l’assegnazione della riscossione delle tasse avvenivano in pubblico e con il metodo dell’estinzione della candela vergine. L’inizio della gara era costituito dall’accensione della candela. La gara durava per tutto il tempo in cui la candela restava accesa. Allo spegnimento della candela, l’aggiudicazione veniva effettuata a favore del concorrente che aveva presentato l’offerta più favorevole.