DISFACIMENTO FEUDI D’AQUINO
Da ricerche di Francesco Torchia
Il Barone d’Aquino, come tutti i grandi
feudatari della regione, trasferitosi da anni a Napoli non curava più come era avvenuto in passato, direttamente i propri vasti
beni terrieri la cui amministrazione era affidata ai suoi agenti. Pur tuttavia
la lontananza dai loro feudi non costituì inmpedimento per l'accrescimento e
miglioramento dei tenimenti fino a tutto il 700.
Morto in Navarra
nel 1721 il Principe Tommaso d’Aquino, sua madre Giovanna Battista legò il
feudo al nipote Alessandro figlio di lei, che fu anche
Grande di Spagna di 1° classe. Egli non aveva eredi, perché viveva civilmente
separato dalla moglie Principessa di Celenzio. Quindi per mantenere
Costoro nel 25
settembre 1749, parteciparono ai vassalli nei rispettivi casolari le loro nozze
e li pregarono, anzicchè far festa per un tale avvenimento, di contribuire lor
gratuitamente qualche dono, secondo le possibilità di ognuno, mentre le feste
poi si sarebbero differite alla loro venuta qui col principe suo zio. Fu questo in effetti l’inizio del disfacimento, che di li a pochi
anni si sarebbe verificato, nei feudi dei D’Aquino.
La permanenza a
Napoli degli ultimi Baroni d’Aquino ha avuto una conseguenza estremamente
deleteria per le nostre terre. L’assenza materiale del barone dal feudo, la
facilità con cui potevano essere corrotti i suoi
agenti incaricati dell’amministrazione delle terre, concorse a dare grande rilievo
alla affermazione della nobiltà non feudale la quale, ora che
il barone non è più assiduamente presente, hanno via libera per allargare
sempre più il proprio patrimonio e per conquistare tutte le leve del potere
nelle amministrazioni cittadine.
I feudi per circa
25 anni furono fittati a Giorgio Melacrinis di Pizzo.
La principessa Maria Vincenza
d’Aquino Pico dedita abitualmente ed assiduamente all’ozio ed al gioco nella
tenuta di Napoli, dilapidava incessantemente al gioco, i denari che provenivano dalle tasse a carico dei contadini che
lavoravano le terre del feudo. Il gioco era l’unica ragione di vita della
principessa e durante le due visite in Calabria perse ingenti somme ed avendo
anche carenze di denari ricompensò i suoi creditori con elargizioni di terreni ed attribuzioni di
titoli nobiliari.
La principessa
assillata dal bisogno quasi quotidiano di denaro per la vita dispendiosa che
conduceva, riprese a censuare altri stagli di terreni
nonostante che
I feudi vennero visitati dalla principessa due sole volte e
precisamente nel 1765, anno in cui gli immobili vennero concessi in fitto al Melacrinis, e nel 1790 perché costretta a malo modo dal
Re sotto la minaccia della confisca dell’intero feudo.
Tra il 1765 ed il
1766
Nel 1792 quando i
cittadini di Sammango che erano già oberati da pesantissimi
sanzioni fiscali, chiedevano uno sgravio del peso dei tributi che erano
diventati ormai insopportabili, ella
imponeva di chiedere come grazie quei diritti riguardanti gli antichi
usi civici che il popolo aveva ottenuto sin dal 1648 con appositi capitolati.
Impotenti di fronte
a tale sopraffazione, i cittadini di Sammango, mercè il tradimento degli amministratori
di allora ed in specialmodo il Sindaco, 1° eletto, presero una
decisione singolare: scaricare alla principessa una parte dei tributi che essi
versavano allo Stato. In tal modo allorchè si passò alla formazione del catasto
onciario, essi fecero inserire alcune terre prettamente feudali fra quelle classificate burgensatiche perché su queste era il
feudatario che doveva pagare le tasse, la cosidetta bonatenenza.
Nel 1799 morì la
principessa Maria Vincenza
d’Aquino Pico, ultimo rampollo di quella stirpe e risultava erede
in burgensatico il Duca di Laurito principe di
Castiglione Filippo Monforte, fratello del vescovo di Tropea Giovanni
Monforte, (per testamento reso dalla Pico d’Aquino prima della morte) e poichè
il Duca di Laurito non era un erede legittimo, l’intero feudo fu devoluto al Re
e fu sottoposto a generale sequestro ad istanza del Regio fisco: ciò per una
antica prammatica del Regno di allora.