FAIDA TORQUATO-MORACA-BERARDELLI
FINE 700
Da ricerche di Francesco Torchia
In questa atmosfera violenta e torbida di vuoto di potere e di disordine economico e amministrativo fu favorito il dilagare dell’anarchia. Le vendette le violenze, i saccheggi ai danni dei beni dei possidenti continuarono con sempre maggiore virulenza.
Dappertutto si scatenarono le lotte sociali e si formarono bande di delinquenti di ladri ed assassini che accrescevano ancor più il disordine e l’insicurezza.
Lo stato di estrema indigenza fece svanire ogni pur minima remora etica ed il soddisfacimento dei primari bisogni dell’esistenza non conobbe ostacoli di sorta. Molti dei capi banda sanfedisti sotto la copertura della loro fedeltà alla Corona ed attaccamento alla causa borbonica dettavano legge indisturbatamente.
Gli avvenimenti del 1799 aggravarono notevolmente le condizioni dell’intera provincia. Essi servirono a dividere ancor di più la popolazione, rinfocolarono gli odi di classe, seminarono lutti e risentimenti. Il banditismo aveva in questa triste realtà di ingiustizia la sua giustificazione.
Disordini e violenze erano abituali in ogni tempo ed in ogni ora. Erano schiere di ladri e scellerati assassini; la criminalità era diventata sfrenata e ogni paese aveva il privilegio di avere una propria comitiva di banditi.
Come è solito avvenire durante i periodi di sconvolgimento, gli odi tra le famiglie si tramutano in rivalità politiche allo scopo di potersi vendicare impunemente degli avversari. Gli scellerati, pertanto, che non mancavano profittarono del disordine esistente per compiere le proprie vendette private, camuffate sotto la veste del patriottismo.
In questo clima si inserisce un episodio noto come la faida tra le famiglie dei Torquato da una parte e quella dei Moraca e dei Berardelli dell’altra ed il racconto di quegli avvenimenti è veramente emblematico di quei tempi travagliati.
La famiglia Moraca, con a capo il padre Notaio Don Angelo, spadroneggiava sul paese facendo incetta di cariche ed usando ogni sopruso.
Giuseppe Antonio Moraca figlio di Don Angelo Capitano della Guardia Civica del Circondario di Martirano fu uno dei più attivi e zelanti contro il brigantaggio.
Più volte sostenne conflitti ostinati contro malviventi scorridori di campagna e ne riportò la meglio sia con la cattura che con la uccisione.
Per la loro prepotenza erano odiati dalla popolazione che ne temeva lo strapotere e ne subiva le angherie.
Le famiglie Moraca e Torquato non tralasciavano occasione per ostacolarsi vicendevolmente.
La ruggine risaliva a tempi molto lontani e nulla era valso in passato ad appianare le controversie che rimanevano sempre in sospeso.
Il disfacimento di una famiglia
Escusa lo scrittore
Del poco suo sapere
Fatto istorico
Della morte violenta degli
Cinque german fratelli, figli del
Dott. Fisico Carmine Torquato, cagionata
Dagli despoti, e prepotenti Sammanghesi
EPOCA 1802
TORQUATO / MORACA-BERARDELLI
1
Di tal fratelli or vi farò sentire.
Or fa, che a tutti or io faccia capire,
Lo spirto che han mostrato fin ad ora,
E quel che fan vedere in avvenire,
se al mio dire darai lume migliore
descriverò con versi il lor valore.
2
O voi il Delfo Apollo, se dareste
Soccorso ancora alla mia bassa mente,
le disgrazie, li terrori, e le tempeste
sentir or io farei nel di presente,
la bravua di quei dirò, le feste,
i successi, el valor si gran possente;
Espongo inoltre il modo, e ben oprare
Il dolce loro dire, e buon parlare.
3
A difficile impresa accinto sono,
e mi palpita il cor perché non posso
giungere al porto, se dal Ciel’ in dono
di lume un raggio non mi viene addosso,
mi prost’or dunque a quel celeste trono,
che da giusto fine vi veggo mosso,
che diami a questi versi un po di aiuto,
che senza un tal favore mi rendo muto.
4
Disposto or già mi sono a raccontare
In questi pochi, e mal composti versi,
Quella gran strage, che si volle fare,
Da quei barbari despoti, e perversi,
Niun giammai potevasi ideare
Estinta una famiglia, e non doversi
I rei punir, che fecero morire
Fratelli cinque, senza delinquere.
5
Attento ben il padre agli educare
In ogni dì alla scuola li mandava
Con farli sempre ben studiare.
Se mancavano allor li bastonava
E li proibiva ancor di non mangiare.
Adesso si vedea di gran furore
Per dar ai figli suoi giusto rigore
6
Io parlo dei Torquati, che nel mondo
Fur sempre al par di grandi eroi,
L’ aggir di essi mai fu furibondo
Come di certo costa ad ogn’un di noi.
Di animo sempre furon giocondo
Non mai credendo quello, che di poi
L’accadde per nemici invidiosi
A far di lor la strage dissiosi.
7
La prima causa fu la gelosia
Per la donna chiamata Marianna,
Lo scrivo questo, ma senza bugia,
Né vi sarà verun che mi condanna
Che avessi or detto minima eresia
O cosa alcuna, che a ciascuno inganno
A chi di sasso non tenesse il core.
8
Fece ancor l’invidia la sua parte
Che pur bramava tal distruzione,
I gran nemici con maniera, ed arte
Dan funesto principio alla tenzone,
Per sempre farli star nella prigione
Ma come questi non avean delitti
Stavan pien di cordoglio, e molto afflitti.
9
Il primo distruttor di tal famiglia
Fu quello che chiamavasi Gaetano,
Inarcate tenea sempre le ciglia
Onde d’aspetto ogn’or sembrava strano,
In vedersi al certo si somiglia
Al gran fabbro, che avea di nome Vulcano,
Egli spesso la bocca apriva al riso
Ma era del tradimento allor l’aviso.
10
Moraca d. Gaetan per gelosia
In odio avea a d. Pasqual Torquato,
Che per si gran vaghezza e leggiadria
Molto da Marianna egli era amato,
Stava con dessa sempre in compagnia
Felice si credea l’innamorato,
Per godersi colei cotanto bella
Che sembrava del ciel la vaga stella.
11
Che fa Gaetan? Che pensa! E in quel partito
Si appiglia! Per potere un grande amore
Egli distor che desso ancor ferito
Che conservava amaramente il core,
Con calunnie lo dichiara da bandito
Come se fatto avesse un grand’errore,
L’accusava di aver commesso un furto
Questo vero non fu, eccone l’urto.
12
Non aveva Pasqual giammai potuto
Credere del Gaetan il gran furore,
Che nutria per desso, che avea avuto
L’ardire di trafiggerli il suo core,
Per esser più da quella ben voluto
Cosa, che l’affliggeva in tutte l’ore,
Gaetano fu dai suoi ben consigliato
Di prendere a Pasqual poi carcerato.
13
Mentr’egli un giorno andava camminando
Si vede all’improvviso torniato
Da molta gente, che andava gridando
Pasquale tu ferma che sei carcerato,
Ed in Cosenza subit’or ti mando
Avvinto di catene, e ben legato,
Così Gaetan l’iniquo allor dicea
Gridando, che Pasqual rubato avea.
14
Inerme d. Pasqual, che far potea
Con quei che lo volevan arrestare?
Egli alza il suo baston che in man teneva
E sul capo di Gaetan lo fa piombare,
E nel mentre salvar poi si voleva
Un altro colpo vibra, e fa cascare
Al suo compagno, che par si chiamava
Francesco, insidiator dovunque andava.
15
Storditi questi due cercan fuggire
Ver la sua casa per pigliarsi l’arme,
Perché l’incontro non potea soffrire
Mentre colto l’avevano disarme
Un altro incontro, e lo volea impedire
Ma conto non ne fa, parea un Gendarme,
Così li dice, e poi li fa sentire
Se non mi lasci or or ti fo morire.
16
In seguito si avventa, e un colpo tira
Ad un che andav’ allor forte gridando,
Fortemente lo vibra con grande ira,
Che andar lo fa per terra rotolando,
Di Pasqual la bravura ognuno ammira
Mentre disfida a tutti, e va eruttando,
Non è, non è prodezza contra un solo
Andare or di nemici con si gran stuolo.
17
E contro dello stesso ognun poi corre
Per catturarlo al par di un malfattore,
Ma adesso a guisa allor di forte torre,
Che non si crolla mai al gran furore
Di un si gran vento, che intorno li scorre,
E si fa beffa di quel suo stridore,
Così sta fermo d. Pasqual Torquato
Rintuzzando ad ognun, che vagli armato.
18
Si spiccano alla fine molti addosso
Di questi che si stava difendendo,
Non si smarrisce tutto che percosso
Da quelli, che l’andavano prendendo,
Si avventa col suo brando, e rompe un osso
A quel nemico, che lo sta ferendo,
È come un fier leone tra quei si mena
E benchè solo, e inerme cede appena.
19
Dopo sì lunga e fiera resistenza
In fin poi cede, e con allegro volto,
E senza dimostrar di lor temenza
Tra lacci vostri, dicea, io son già colto
Non ho delitti, io torno in residenza
E questo si vedrà non passa molto
Fate pur di me quel che volete
Dalle forze tornare mi vederete.
20
Ecco che vien condotto il poveretto
Pasqual Torquato, che non fe mai male,
Vedea, che posto fosse a quel picchetto
O pur con tanti ancor nel Criminale,
Ma come volle allor Dio benedetto
Fu posto ad una stanza principale,
Dove stava felice, anzi contento
Perché in quel luogo non sentia tormento.
21
In tribunal Pasquale carcerato
Allegro stava si ma non contento,
Passava tutte l’ore sconsolato
E il cor ferito avea di gran gran tormento,
Per vedersi egli molto allontanato
Da colei che giammai un sol momento
Le die cordoglio, ma bensì diletto
Perché nel core suo tenea ricetto.
22
Provava gran dolor egli pensando
Che la sua cara non mutasse affetto,
L’alma, ed il core al suo rivale dando
Ed amandolo ancora a suo diletto,
Questo in pensare andava sospirando
E squarciare si sentiva il cor nel petto,
Che per dessa era andato carcerato
E ad onta di Gaetan l’aveva amato.
23
Mentre stava costui già carcerato
La collera, e dolor non dimostrava,
Di spirito e coraggio egli era armato
E tutto il dì suonava e festeggiava,
Ma il destin crudele, e l’empio fato
A renderlo meschin si preparava,
E allor fu d. Vincenzo carcerato
E Piermaria fu pax, morto ammazzato
24
Sentendo allora il figlio catturato
La madre accorre tutta sbigottita,
Lo vede tra del sangue in suol buttato,
E ancor trafitto di una gran ferita,
Qual barbaro nemico tanto ingrato
Ti ha ferito così mia cara vita?
Ma chi ti ha maltrattato, figlio mio
Qui stesso pagherà del fatto il fio
A canto del suo figlio ella piangeva
E lagrimando al lato di esso stava,
Quel bruto, che trafitto gli l’aveva
La prese pe i capelli, e glil strappava,
Con calci da quel luogo l’estraeva,
E con un gran baston la bastonava,
Ed ancor scaffeggia, e pur trascina
Tal madre afflitta, povera, e meschina.
26
Provava ognun dolore, e gran cordoglio
Vedendo tal signora maltrattare,
Smorzar niun poteva quello orgoglio