CLETO, SAVUTO E SAN MANGO
Le ragioni storiche di un gemellaggio
(di Armando Orlando)
Nel colloquio di Perugia e Trevi del 1981 su Temesa
e il suo territorio, Silvana Luppino ha presentato la documentazione
archeologica dell'area compresa tra la sponda destra del fiume Savuto, a Sud, e
la vallata del torrente Oliva, a Nord. Le scoperte confermano una continuità di
frequentazione dei siti dal Neolitico all'Età del Bronzo e del Ferro, fino
all'epoca romana imperiale.
Con le due asce in rame di Cleto, databili "in una fase finale" dell'Eneolitico,
con gli oggetti in bronzo, il gruppo di fusaiole e rocchetti fittili, le armi e
le fibule di località Pantano, con le tombe scavate nel banco roccioso che
domina la sponda destra del fiume Savuto, con il vasellame a vernice nera di
Marina Savuto, con i resti di strutture murarie in ciottoli e spezzoni di tegole
nelle località Marina Savuto e Pantano, il territorio di Cleto e Savuto dimostra
di aver partecipato alla cultura materiale diffusa in quel tempo in Calabria, ed
i contatti non sono soltanto con la costa tirrenica, ma toccano il versante
ionico, collegato mediante la direttrice del Savuto che consente di comunicare
con la Sibaritide attraverso la valle del Crati.
Quando i Brezi si diffondono nella regione, sui pianori fertili tra il Savuto e
l'Oliva occupano piccoli abitati a mezza costa, creando nuclei produttivi dediti
alla pastorizia e alle attività connesse con lo sfruttamento boschivo. Questi
nuclei sono attivi tra il quarto ed il terzo secolo prima di Cristo.
Dopo il III secolo a.C. nella zona la vita si interrompe, per riprendere in
epoca imperiale romana, quando il territorio tra il Savuto e l'Oliva entra a far
parte dell' ager Clampetinus e complessi rustici si diffondono nelle località
Principessa e Imbelli in Amantea, e Cozzo Piano Grande in Serra Aiello. In
quest'ultima località, conclude la Luppino , sul pianoro frequentato sin
dall'Età del Bronzo la vita continua in epoca bizantina con emergenze
monumentali.
Ecco perchè le origini di Cleto si perdono nella notte dei tempi, e la cittadina
affonda le radici nella leggenda di Cleta e nel mito delle Amazzoni, le
sacerdotesse guerriere della dea Atena. La leggenda narra di Pentesilea, regina
della Amazzoni andata in aiuto dei Troiani ed uccisa da Achille, e della nutrice
di Pentesilea, Cleta, la quale, saputo che la sua regina si trova a Troia, si
mette in mare per raggiungerla, ma durante la navigazione venti contrari la
spingono sulle coste della Calabria, dove fonda una città alla quale assegna il
nome di Cleto.
Distrutta dagli eserciti di Crotone durante la Magna Grecia , Cleto conosce un
periodo di decadenza che si trascina fino all'anno Mille, quando la Calabria è
costituita da una moltitudine di villaggi montani, isolati e autosufficienti,
che fanno da corona ad una campagna abbandonata perchè insicura ed alle coste in
preda alla malaria; i Musulmani continuano le scorrerie devastatrici lasciandosi
dietro desolazione e morte e l'economia è debole e precaria, però mostra già
alcuni punti di forza con l'agricoltura, l'allevamento allo stato brado e la
lavorazione della seta.
Unica luce accesa in quei secoli bui è quella dei monaci basiliani, i quali,
arrivati in Calabria in varie fasi, dapprima operano in celle impervie, eremi
adattati per la meditazione e costruiti in cavità naturali, poi in grotte
raggruppate attorno ad una chiesetta fino a costituire un cenobio, ed infine nei
monasteri. La presenza dei monaci di S. Basilio è un fenomeno importante per la
regione, perchè, una volta attenuato il fervore mistico, i religiosi
costruiscono monasteri nei pressi dei centri urbani e vanno alla ricerca di
terreni da coltivare; le campagne incolte e selvagge cambiano aspetto,
l'agricoltura calabrese mostra segni di risveglio, cresce la produzione di olio
e grano (esportati a Costantinopoli), aumenta la quantità di vino e si
diffondono nuove colture: gli agrumi, introdotti dagli Arabi, e l'allevamento
del baco da seta, introdotto dai Bizantini.
La rinascita della lingua e della cultura greca favorisce la diffusione della
civiltà bizantina, ed il territorio di Cleto non è estraneo a questo fenomeno,
come scrive Sergio nella tesi di laurea pubblicata sul sito cletonew: "Sul
fronte meridionale del colle su cui sorge Cleto vi sono numerose grotte
naturali... ci si trova probabilmente in presenza di un sito protomonastico: un
romitorio basiliano...".
Cleto risorge nella prima metà del XIII secolo durante il regno svevo di
Federico II, l'imperatore che "stupì e cambiò il mondo", e l'abitato si sviluppa
sulla dorsale del colle Sant'Angelo, a 250 metri sul livello del mare, con le
case che sorgono ai piedi di un castello edificato da Iacobus de Petramala,
signore del luogo, del quale ne assume il nome. L'antica e mitica Cleto diventa
così Pietramala, e nella nuova denominazione conquista un posto di rilievo fra i
centri della costa tirrenica. Nei Registri Angioini che misurano la popolazione
calabrese del 1276 Petramala è presente con 214 abitanti ed è tassata per 4 once
.
La zona, però, è colpita dalle incursioni musulmane ed il territorio rimane in
gran parte abbandonato; la mancanza di prodotti da esportare fa cadere in disuso
il porto di Amantea, la cui città, nel 1276, con i suoi 2.495 abitanti mantiene
un buon livello di popolazione, mentre Martirano arriva a 1.816, Nocera a 1.352,
Grimaldi 1.221, Aiello 709 e Pittarella 418.
Quando a Lucera, nel 1269, viene domata la rivolta delle milizie saracene fedeli
agli Svevi, e quando, nel 1272, muore Enzo, ultimo figlio di Federico II, si
estingue la dinastia maschile della Casa di Svevia. Carlo conte d'Angiò,
fratello del re di Francia Luigi IX il Santo, chiamato in Italia dal papa
francese Clemente IV, è il nuovo re di Napoli, e Goffredo Petramala, schierato
con Corradino di Svevia e contro gli Angioni, è bandito dal Regno come
traditore. Il feudo di Pietramala, passato a Ugo de Foret, nobile francese al
seguito di Carlo, estende la sua influenza fino alla bassa valle del fiume
Savuto.
La Calabria , a quell'epoca, è terra di frontiera tra la Corona angioina di
Napoli e quella aragonese di Sicilia; è attraversata da schiere di soldati e
soggetta a continui scontri fra gli opposti schieramenti. Dopo l'ordinanza di
custodia del litorale calabrese emessa da Carlo d'Angiò nel 1269, la difesa
delle terre e dei feudi è affidata, nel 1284, a Ruggero Sanseverino. Con gli
Angioini, osserva Lucio Santoro, la costruzione dei castelli nel Meridione e in
Calabria passa ad una fase più avanzata anche rispetto al periodo degli Svevi.
Sulla scia di questa tendenza il nuovo re di Napoli, Carlo I d'Angiò, fa
costruire il castello di Savuto sulla sponda settentrionale del fiume, a guardia
delle vie di comunicazione che dal mare salgono verso l'interno.
Tracce dell'esistenza di "Petremale" si riscontrano tra il 1305 ed il 1314 nei
Regesti di Clemente V, il papa francese che porta la sede del Papato ad
Avignone, e nei registri vaticani di Giovanni XXII (1316-1334).
Dopo la famiglia de Foret, i due castelli di Pietramala e di Savuto con le terre
passano sotto il controllo di Bartolomeo Sersale, nobile di Sorrento, e nel 1327
il re Roberto d'Angiò conferma ad Antonio Sersale l'incarico di amministrare i
feudi di Aiello, Pietramala, Lago, Fagnano, Savutello, Cropani e Zagarise.
Nel 1443 Alfonso il Magnanimo, re d'Aragona, di Valenza, di Sardegna e di
Sicilia, assume il titolo di Alfonso I re di Napoli e la dinastia francese degli
Angiò è sostituita da quella spagnola degli Aragonesi. Nella lunga lotta per il
possesso del Mezzogiorno molti feudatari rimangono fedeli agli Angioini, e fra
questi Sansonetto Sersale, signore di Pietramala. Le sollevazioni contro la
dinastia aragonese, però, vengono domate ed i baroni ribelli sono puniti
duramente. I beni di Sansonetto vengono confiscati e nel 1463 Pietramala e
Savuto passano sotto il dominio della città di Aiello, elevata a Contea ed
assegnata a Francesco Siscar, un nobile di Valencia venuto in Italia al seguito
del re Alfonso d'Aragona e nominato viceré della Calabria.
La famiglia Siscar, fedele alla dinastia aragonese, riesce a creare attorno ad
Aiello un grande Stato feudale, che riunisce le terre di Pietramala, Savuto,
Motta di Savutello, Casal di Lago e Laghitello, e dal castello di Savuto Alfonso
Siscar, con diploma del 1524, concede a Paolo de Dominicis di Aiello la
"Mastrodattia delle prime e seconde cause della Corte", autorizzandolo così a
riscuotere tutti i diritti di cancelleria. Ma nel 1569, dopo un dominio durato
poco più di cento anni, la signoria dei Siscar termina, la contea di Aiello si
smembra e Pietramala, dopo alcuni passaggi intermedi, passa prima ai Cavalcante
e poi ai Cavallo.
Il regno di Napoli è ormai nell'orbita della Corona spagnola ed è inserito in un
contesto internazionale dominato dagli Asburgo. Sono tempi in cui il
Mediterraneo e l'Europa conoscono una favorevole congiuntura economica; i Medici
governano a Firenze, i Farnese a Parma, i Gonzaga a Mantova, gli Estensi a
Ferrara, i Savoia a Torino, mentre lo Stato Pontificio consolida i suoi domini
in Umbria e in Emilia. La Spagna possiede in Italia i governatorati di Milano e
dello Stato dei Presidi, assieme ai vicereami di Sicilia, Sardegna e,
ovviamente, Napoli. Superata la lunga fase di stagnazione, a partire dai primi
anni del Cinquecento anche nelle province meridionali si manifesta un forte
sviluppo demografico ed economico che fa sentire i suoi effetti.
In parallelo a questi fenomeni, negli anni centrali del Cinquecento interi
nuclei familiari vanno a vivere nelle zone interne, e nella fase iniziale di
questo processo, scrive Giuseppe Caridi, è soprattutto l'accentuato pericolo
turchesco a costringere gli abitanti dei centri di piccole e medie dimensioni
più prossimi alle coste a ricercare luoghi interni di montagna o di collina più
sicuri.
Pietramala e Savuto, con i due castelli, offrono sufficienti garanzie di
sicurezza e nei due centri la popolazione passa da 1.290 abitanti nel 1521 a
2.110 nel 1545, fino ad arrivare nel 1561 a cinquecento nuclei familiari,
corrispondenti ad una popolazione di circa 2.500 abitanti.
Nel frattempo la pressione fiscale e la ripresa del dominio feudale manifestano
i loro effetti sul territorio e molte zone protestano per la presenza di
militari di stanza o in transito, per la requisizione di vettovaglie e alloggi e
per l'imposizione di tasse. La rivolta di Martirano contro il suo barone, nel
1512, segna tragicamente questo primo periodo di ripresa feudale, spiega
Giuseppe Galasso; due anni dopo la reazione vicereale non si fa attendere e
Martirano subisce un pesante castigo. Nel 1549 una compagnia di soldati spagnoli
è attaccata a colpi di archibugio a Savutello. Episodi di banditismo e di
ribellione colpiscono pure Motta, Conflenti e Villanova e nel 1556 il
governatore della Calabria è costretto a rientrare dalla Sicilia per intervenire
e reprimere le azioni di una banda che assale le comitive di viaggiatori e
deruba sistematicamente il procaccia della posta. Nel 1579 l'Università di
Pietramala, non sopportando le prepotenze baronali, chiede di affrancarsi dalla
giurisdizione feudale per diventare un luogo libero soggetto al Regio Demanio;
in un documento conservato nella Biblioteca Nazionale di Madrid e riferito alla
fine del Cinquecento Pietramala si trova inserita fra le sei città demaniali
della Calabria Citra, assieme a Cosenza, Longobucco, Amantea, Rossano e
Scigliano.
Nel 1606 Carlo d'Aquino, Conte di Martorano e Barone di Castiglione, acquista
all'asta contro Francesco Scipione Cavallo la Terra di Pietramala ed il feudo di
Turboli, e l'anno dopo il procuratore Ambrosio Fido viene immesso in possesso
del privilegio dal capitano delle guardie di Motta S. Lucia. La città rimane ai
d'Aquino fino al 1616, quando Carlo, Principe di Castiglione e Utile Signore di
Nicastro, vende Pietramala ad Ercole Giannuzzi di Aiello, e nei secoli
successivi la città è governata dalle famiglie Cybo e Giannuzzi Savelli.
Invece la terra di Savuto viene staccata dal feudo di Pietramala ed affidata ad
Ascanio Arnone, Regio Tesoriere di Calabria Citra dal 1555 al 1559. Eliadora
Sambiase, moglie del Tesoriere, fa incidere in latino l'iscrizione: " Eliadora
Sambiase, già giovane sposa unita al marito Arnone, offre templi a Dio, limpide
acque e orti verdeggianti alle ninfe e il castello di Savuto come albergo a
chiunque ne abbia bisogno" , e colloca la lastra sulle mura del castello di
Savuto.
Cleto e Savuto vivono, così, una loro vita economica e sociale, mentre il
territorio sul quale sorge attualmente San Mango è ancora deserto, stretto tra
due grandi potenze feudali: da un lato la Contea di Martorano, che è sede di
diocesi, e dall'altro il feudo religioso di Nocera, governato dal Sovrano
Militare Ordine di Malta.
Il vento del cambiamento investe la Calabria e provoca, nel giro di pochi anni,
un balzo in avanti dell'economia; la popolazione, nel corso del Cinquecento, si
raddoppia. La fase di crescita dell'economia agricola coinvolge l'intero
territorio che orbita attorno alla bassa valle del fiume Savuto. Nel 1561
Pietramala arriva a contare 1.550 abitanti e Savuto 950, e le due cittadine,
insieme, raggiungono la punta più alta di popolazione registrata fino al primo
Novecento. Nelle terre vicine, le città più popolate sono Scigliano con 7.095
abitanti e Amantea con 5.465, mentre Aiello arriva a 3.720, Martirano a 2.250,
Lago a 1.470, Altilia a 1.460, Nocera a 1.105.
E' in questo periodo che le terre a sinistra del fiume Savuto cominciano a
popolarsi, e le famiglie provengono dai paesi del disciolto Stato di Aiello,
spinte dal desiderio di sperimentare una nuova condizione di vita e favorite
dalla predisposizione manifestata dai signori feudali ad accogliere gente di
altre contrade. Predisposizione che si coglie interpretando il contenuto
dell'iscrizione apparsa sulle mura di Savuto, e che risponde ad una esigenza
primaria dei feudatari dell'epoca, i quali hanno interesse a frenare i frequenti
episodi di nomadismo per rendere stabile la popolazione ed utilizzare, così,
maggiore mano d'opera per lo sviluppo del territorio.
La precarietà della popolazione residente viene resa ancor più accentuata dalle
continue incursioni dei corsari. Da quando Costantinopoli è conquistata dai
Turchi, nel 1453, e cade l'ultimo baluardo della civiltà occidentale in Asia
Minore, le verdi bandiere del Profeta sventolate dai Saraceni sono sostituite
dai vessilli con la Mezzaluna dell'impero ottomano, e gli attacchi dilagano in
tutto il Mediterraneo, effettuati in prevalenza lungo le coste, causando la
perdita delle derrate alimentari e la devastazione dei raccolti. I guerrieri
saccheggiano paesi e villaggi e portano in prigione uomini e donne da riscattare
o da vendere come schiavi nei mercati di Algeri e di Tunisi, e bisogna aspettare
l'occupazione francese dell'Algeria, nel 1830, per veder finire mille anni di
guerra corsara che insanguina le coste e provoca terrore, violenza, tragedie
familiari, miseria, schiavitù e morte.
Tutti i paesi costieri sono colpiti dalla furia dei Turchi e nel 1555 persino
Pietramala, che sorge all'interno del territorio, è assaltata e depredata, e
negli scontri perde la vita il sacerdote Marco Massa, ucciso mentre tenta di
porre in salvo la Sacra Pisside con le Ostie consacrate.
Nel 1576 la peste colpisce molte terre della Calabria e a Cosenza l'epidemia
termina nei primi mesi del 1577, in coincidenza con l'introduzione in città del
culto della Vergine del Pilerio. E a partire dal 1580 l'espansione del secolo
XVI si ferma; crisi agricola, banditismo, incursioni turche, alluvioni, malaria,
epidemie di peste, terremoti, carestie e siccità spingono la gente ad emigrare,
e questi fenomeni provocano una forte diminuzione della popolazione residente;
in tutto il Regno l'abbandono delle terre è inarrestabile e 52 centri abitati, a
partire dal 1590, si spopolano. Pietramala, da 1.550 abitanti nel 1561 scende a
1.325 nel 1595, mentre Savuto passa da 950 a 440. Nel terre del circondario, i
già citati centri di Scigliano, Amantea, Aiello, Martirano, Lago, Altilia e
Nocera, in soli 34 anni perdono 3.775 abitanti.
Per tutto il Seicento, scrive Caridi, la crisi determina in Calabria una
riduzione della consistenza demografica dei centri abitati, ed il ristagno della
vita economica e dello sviluppo demografico, aggiunge Pasquale Villani, è
aggravato dalla peste del 1656, che nel Regno può considerarsi l'ultima grande
catastrofe dei tempi moderni. Dai tre milioni di abitanti presenti nel
Mezzogiorno prima dell'inizio della crisi generale del Seicento, ci informa
Galasso, si scende sotto i 2.500.000 nella seconda metà del secolo, e solo la
ripresa del Settecento porta la popolazione meridionale oltre i quattro milioni
dopo il 1750 e a circa cinque nel 1793.
La disponibilità di uomini torna ad essere un bene indispensabile non solo per
lo Stato, ma pure per i signori feudali, ed un decreto governativo costringe i
paesi aperti e privi di controllo a cingersi di mura per evitare la fuga e lo
spopolamento. Nelle terre che orbitano attorno alla bassa valle del fiume molte
famiglie hanno già attraversato il Savuto e si sono stabilite nel territorio di
San Mango, cominciando a popolarne le campagne, quando nella storia del paese
irrompono i d'Aquino, una delle sette grandi Case del Regno, di sangue
longobardo, che ha tratto il nome dalla Terra di Aquino (nel Lazio) e che ha
dato origine ad altre famiglie, conosciute con il nome delle signorie a loro
infeudate: Alvito, delle Grotte, Santomango.
Carlo d'Aquino, al culmine dell'attenzione presso la Corte di Napoli, feudatario
in Calabria di Altilia, Grimaldi, Motta S. Lucia e Conflenti, Conte di Martorano
e Barone di Castiglione, acquista nel 1591 da Eleonora Sambiase il feudo di
Savuto con le terre a sinistra del fiume e con i corpi feudali di Fabiano,
Vignali e Montagna del Pruno. Ed in un vecchio manoscritto riguardante le
vicende storiche di San Mango troviamo scritto: Acquistato il feudo di Savuto e
le sue rustiche pertinenze, don Carlo d'Aquino con ogni sollecitudine si diede a
rendere nobile quella rustica e feudale parte del territorio di detto feudo, e
vi cominciò a chiamare all'uopo dei novelli abitanti, e le riuscì il disegno,
mercè il colmo di tanti privilegi loro offerti e concessi circa i bisogni di
prima necessità della vita...
Carlo d'Aquino, nominato Principe di Castiglione dal re di Spagna Filippo III
d'Asburgo, muore nel 1630 ed il figlio Cesare si intesta le terre di
Castiglione, Martirano, Crucoli e Savuto in Calabria Citra e di Nicastro e
Feroleto in Calabria Ultra.
Le terre di Savuto rimangono sotto il ramo dei Principi di Castiglione per un
periodo breve, dal 1591 al 1635, anno in cui Cesare d'Aquino, figlio ed erede di
Carlo, vende il feudo di Turboli (riacquistato nel 1631 dai coniugi Francesco e
Livia Cavallo) ed il feudo di Savuto a Tommaso d'Aquino, primo Principe di Santo
Mango nel Cilento.
Esponente di un ramo cadetto della famiglia d'Aquino, Tommaso, nato il 1587, è
figlio di Annibale e di Ippolita Sanseverino; nel 1603 sposa Felice d'Aquino,
dei Baroni di Castiglione, sorella di quel Carlo che nel 1591 acquista Savuto da
Eliadora Sambiase, e dal matrimonio nascono sei figli, fra i quali Luigi e
Laura, destinati a succedergli nel possesso dei feudi. Egli si trova in Calabria
perchè ha seguìto la figlia Laura, andata in sposa a Cesare d'Aquino figlio di
Carlo, e, una volta immesso nel possesso del feudo di Savuto, Tommaso inizia a
valorizzare le terre a sinistra del fiume, continuando ad assecondare l'arrivo
di nuove famiglie.
Dalla vecchia Fontana del Casale , attorno alla quale sono sorte le prime
abitazioni, e dalle case sparse del fondo valle, il centro abitato di San Mango
si espande più in alto, nel rione dei Sacchi , mentre nuove famiglie, dopo aver
abbandonato i luoghi di origine distrutti dal terremoto del 1638, costruiscono i
rioni Serra e Carpanzano .
Nel 1646 vengono concessi i Capitoli che regolano i rapporti fra il feudatario e
la popolazione, e nasce così Muricello , primo nucleo di case adagiate sul
versante della collina che scende fino alla valle. Qualche tempo dopo sorgono S.
Giuseppe e Castagnari e nel giro di pochi anni il paese assume un assetto
urbanistico che lo caratterizzerà fino alla seconda metà del Novecento.
Nel territorio di San Mango arrivano gli Anselmo e Aiello, i Bernardo, Caputo,
Coccimiglio, Conforti, Fata, Fiorillo, Falsetti, Gallo, Guzzo, Ianni, Marasco,
Maione, Meraglia, Maruca, Palmieri, Pagliuso, Palermo, Perri, Pino, Pucci, Russo
e Viola, e a questi cognomi si aggiungono altre famiglie, provenienti dalla
Contea di Martorano, un feudo di origini antiche che controlla un vasto
territorio e che dal 1579 è entrato in possesso della famiglia d'Aquino, a
seguito del matrimonio di Giulio con Eleonora de Gennaro.
Il 20 giugno 1646 Tommaso muore e Luigi succede al padre nel possesso dei feudi
di Savuto, Savutello e Turboli. Il nuovo signore feudale riconferma gli usi
civici nel casale di San Mango e gli abitanti continuano ad esercitare il
diritto di "pascolare, abbeverare, allegnare, fare calce a mercemonio e seminare
sotto corrisposta annuale"; il nuovo centro, dopo questa riconferma, si avvia
verso un ulteriore e più veloce sviluppo. Mons. Giovanni Lozano, vescovo di
Tropea, nel corso della visita pastorale del 21 novembre 1648 emette il decreto
di erezione della Chiesa e nel 1653 don Matteo Capilupo è il primo parroco del
paese.
I d'Aquino, consolidato il possesso dei feudi acquisiti al termine di una felice
espansione territoriale, intensificano gli sforzi di ricostruzione e di
assestamento, specialmente dopo il terremoto del 1638 che, nello Stato feudale,
distrugge migliaia di abitazioni e provoca la morte di circa 3.500 persone. Il
principe Cesare rimane sotto le macerie della chiesa di S. Francesco, a
Nicastro, e la moglie Laura, incinta, si salva miracolosamente ed il 27 agosto
1638 nasce Giovanna Battista.
Savuto ha molte case distrutte e subisce 27 morti, Pietramala 53 morti e 118
case cadute; le terre della vicina diocesi di Martirano, anche per effetto del
terremoto, assistono ad una riduzione di popolazione da 12.000 a 6.500 abitanti.
Tutto ciò non fa altro che aumentare il flusso di famiglie che vanno a vivere
sulle terre del nuovo casale di San Mango: alcune attraversano il fiume, altre
si spostano sullo stesso versante sinistro della valle e, lungo i sentieri
scoscesi della vecchia strada consolare romana, lasciano le terre della Contea
di Martorano e giungono nel villaggio che già comincia a chiamarsi Muricello.
L'obiettivo perseguito dai d'Aquino è quello di rendere più stabile la
popolazione e procurarsi maggiore forza lavoro da utilizzare nelle attività
agricole e artigianali. Nascono così Aquino, edificato a metà strada tra
Decollatura e Motta S. Lucia, Falerna, in luogo più alto rispetto all'antico
abitato di Castiglione, Platania, nei pressi del villaggio Sant'Angelo, e sulla
scia di questa tendenza nasce pure San Mango, costruito in collina, lontano dai
territori colpiti dalla malaria e al riparo dai pericoli delle incursioni
turche.
Nei primi dieci anni di attività della Parrocchia, dedicata a S. Tommaso
d'Aquino, nel paese vengono battezzati 240 bambini e muoiono 109 persone, mentre
don Capilupo, parroco fino al 1669, annota nei registri parrocchiali le diverse
denominazioni che all'origine hanno indicato il nuovo centro abitato: Muricello,
Casale Novo, Casale di Santo Mango. Nel 1679 don Giovanni Castagnaro è "parroco
della Terra di Santo Mango" , ma bisognerà aspettare la seconda metà del
Settecento per veder comparire nelle carte geografiche il nome "Casale Novo di
Sammango" oppure solamente "S. Mango".
Nel 1674 don Giuseppe Perri compila il primo Stato delle Anime della Chiesa
Parrocchiale del Casale di Santo Mango. Il documento, che somiglia molto ad un
moderno censimento, è fatto redigere la prima volta nel 1570 da San Carlo
Borromeo nella diocesi di Milano e nel corso degli anni la pratica si diffonde
in tutte le diocesi italiane; esso contiene notizie interessanti sul numero e
sulla composizione di ogni singola famiglia. Nel primo Stato della Anime di San
Mango i nuclei familiari sono appena un centinaio e gli abitanti ammontano a
307.
In pochi anni, tra la fine del Seicento e l'inizio del Settecento, Antonio
Spagnuolo, Tommaso Arcuri, Paolo Cosco, Iacopo Baldascino, Antonio Milito,
Iacopo Ferraro, Antonio Mollame, Iacopo Russo, Domenico Spagnuolo lasciano
Savuto e vanno a sposarsi a San Mango, seguiti da Centanni de Spena di
Pietramala, Giuseppe Orlando di Serra d'Aiello, Pietro Serra e Carlo Filice di
Aiello, Domenico Ferraro di Altilia.
Nel 1690 Giovanna Ianni viene accompagnata al Sacro Fonte Battesimale da
Elisabetta di Pietramala e Nicola Cicco da un certo Baldascino di Savuto; e poi,
negli anni successivi, Giovanni Tomaso Berardello viene accompagnato da Caterina
Russa, Giovanni Vescio da Filippo Ferraro, Giovanni Domenico Sisca, Antonio
Mastroianni e Domenico Nicola Giovanni Aiello da Annibale Mastroianni, Giovanna
Mastroianni da Fabrizio De Vena, Anna Mastroianni da Giovanna Russo, Pietro
Ignazio Russo da Paolo Baldascino, Agata Castagnaro da Giovanna Cafondo,
Giovanni Iacopo Ortenzio Sposato da Ignazio Quercio parroco, tutti padrini di
Savuto, e Francesco Antonio Villella da Martino de Spena di Pietramala.
Nel 1693 la popolazione di San Mango arriva a 582 abitanti. Nel frattempo il
feudo di Savuto con il suo casale, dopo la morte di Luigi d'Aquino avvenuta nel
1658, passa alla sorella Laura e, come scritto da Mario Pellicano Castagna, nel
1675 costei ottiene che il vecchio titolo di Principe di Santo Mango, concesso
nel Cilento al padre Tommaso nel 1623, venga incardinato sulla terra del Casale
di Savuto, da poco edificato, e da denominarsi Santo Mango. Nel 1679, però,
Donna Laura muore e la figlia Giovanna Battista, signora delle terre di
Castiglione, Martirano, Nicastro e Feroleto, eredita il Principato di Santo
Mango ed i feudi di Savuto, Savutello e Turboli.
Questo è un passaggio importante per la nostra storia perchè il territorio di
qua e di là del fiume torna di nuovo sotto l'antico ramo dei Principi di
Castiglione e le terre della famiglia sono riunite sotto una sola signoria
feudale, quella di Giovanna Battista d'Aquino, figlia di Cesare e di Laura,
Principessa di Castiglione, Principessa di Santo Mango, Contessa di Martorano,
Contessa di Nicastro, Signora di Serrastretta, Motta Santa Lucia, Pedivigliano e
Rocca di Neto. Nel 1687 il vescovo di Tropea istituisce i nuovi Vicariati
Foranei di Amantea, Fiumefreddo Bruzio, Aiello (che aggrega Pietramala e Savuto)
e Nocera (che aggrega San Mango). Qualche anno dopo la principessa Giovanna è
costretta a sottoscrivere obbligazioni sulle terre del Turbolo, in territorio di
Amantea, e a concedere in godimento la terra di Savuto a Francesco Augurati,
creditore della famiglia; nel 1716 il posto di creditore degli Aquino viene
preso dal barone Giovan Battista Le Piane, il quale, con Regio Assenso del 1718,
acquista tutte le terre ricadenti nel versante destro della sponda del fiume.
Anche quest'ultimo è un passaggio importante, perchè le terre sulle quali
sorgono Savuto e San Mango vengono divise e, dopo tanti secoli, il fiume segna
il confine tra entità territoriali diverse. Savuto diventa possedimento dei
baroni Le Piane, e a loro rimane fino alla fine della feudalità; i d'Aquino,
invece, mantengono la titolarità dei terreni feudali e la proprietà dei beni
allodiali che si trovano sul versante sinistro della valle, ed il nuovo casale
di Santo Mango si stacca, così, da Savuto e diventa un centro autonomo.
Nel 1705 San Mango conta 628 abitanti, ma nel momento in cui l'attenzione dei
d'Aquino viene meno ed il territorio è concesso in godimento ad altri,
l'incremento demografico si ferma ed il paese risente anche di condizioni
avverse che nei mesi di dicembre 1712 e gennaio 1713 provocano la morte di 73
persone. La prevalenza delle morti sulle nascite dura per tutto il 1713, ed il
periodo di difficoltà viene superato nel 1728, anno in cui riprende la crescita
demografica.
A partire dal 1713 partono da Savuto per andare a fare da padrini nel battesimo
di bambini nati a San Mango Giuseppe Trozzolillo, Giovanni Scaramella,
Margherita Moraca, Domenico Tedesco, Antonio Milito, Maurizio Senatore e
Bartolomeo Baldascino, parroco; e nel 1745, a circa un secolo dalla fondazione,
San Mango arriva a 927 abitanti, mentre Pietramala e Savuto, insieme, passano da
716 abitanti nel 1703, a 630 nel 1732 e toccano il minimo storico degli ultimi
tre secoli.
Il 6 marzo 1717, alla presenza del vicario foraneo appositamente delegato dal
vescovo di Tropea, viene benedetta a San Mango la statua di S. Tommaso (con alla
base l'iscrizione Universitas Sancti Manghi ), e il giorno dopo, domenica 7
marzo, viene celebrata la prima solenne processione per le vie del paese.
Lasciata alle spalle la crisi demografica e diventata Università con un proprio
Parlamento e con una Parrocchia, San Mango riprende la sua marcia verso lo
sviluppo.
La Provincia Citeriore , alla quale appartengono Pietramala, Savuto e San Mango,
grazie alla fertilità del suolo non soffre gli orrori della carestia del 1764,
anche se in alcune zone il pane viene preparato con farina di lupini, cicorie,
finocchio selvatico e altre erbe ed anche se gli abitanti di Aiello, Lago e
Martirano trovano sostentamento grazie alle riserve di vettovaglie di Scigliano.
E tra il 1747 ed il 1767 altre famiglie di Pietramala, Aiello, Altilia,
Martirano, Scigliano e persino Fiumefreddo vanno ad abitare in San Mango, mentre
Antonio Grimaldi di Savuto attraversa il fiume per portare il suo gregge nei
pascoli delle terre sammanghesi. Nel 1764 il notaio Giuseppe Antonio Manfredi,
sposato con Angelica Perri, fa battezzare il figlio Domenico Maria Rosario dal
barone di Pietramala don Odoardo Giannuzzi, e lo stesso anno la popolazione di
San Mango supera i mille abitanti.
Come scrive Caridi, anche per la Calabria l'ultima grande crisi di antico regime
demografico è superata e la popolazione della regione, nel suo complesso, agli
inizi del Settecento si avvia verso una nuova fase di crescita. Il primo
sessantennio, precisa Villani, è un periodo favorevole per l'economia
napoletana; poi, dopo il 1759, si scatena la crisi che, per la carestia del
1764, assume aspetti drammatici e fa sentire i suoi effetti immediati almeno
fino al 1766; dopo la crisi, continua lo studioso, vi è una notevole ripresa
demografica e produttiva, fino al 1780 circa; segue poi un periodo piuttosto
convulso, che sbocca nella gravissima crisi degli anni Novanta, complicata dal
crollo delle finanze e dalla minaccia degli eserciti rivoluzionari francesi.
Sono tempi in cui il governo borbonico sembra assecondare le idee portate avanti
dall'Illuminismo, ma quando la corte di Napoli comincia a guardare alla Vienna
degli Asburgo il movimento si arresta e le iniziative riformatrici che si
manifestano nelle diverse regioni italiane non arrivano in Calabria. I risultati
della politica di intervento straordinario concordata verso la fine del secolo
tra la Corte borbonica ed il Papato non sono pari alle speranze, scrive Augusto
Placanica, ed anche se all'interno della società calabrese si verifica un certo
rimescolamento di carte, con la nascita di una nuova borghesia rurale, Galiani
nel 1783 indica i tre grandi mali della regione: la prepotenza dei baroni; la
soverchia ricchezza delle proprietà ecclesiastiche; la sporchezza, la miseria,
la selvatichezza, la ferocia di città e popoli.
Per tutto il Settecento San Mango appare un paese con una struttura economica e
sociale in via di formazione; l'economia è basata prevalentemente
sull'agricoltura (cereali, olio, vino e frutta secca); notevole è la produzione
di carbone e nelle abitazioni si pratica con profitto l'allevamento del baco da
seta. Gran parte del reddito, però, è assorbita dai privilegi feudali e dalla
mensa Vescovile di Tropea, mentre il Fisco inizia a far sentire il suo peso su
tutte le famiglie.
Per uno strano gioco della storia, Pietramala e Savuto, assieme a tanti altri
paesi della zona, perdono importanza a favore di centri di nuova fondazione. A
San Mango lo Stato delle Anime del 1794 registra 1.579 abitanti, di cui 243
coltivatori di terra, 46 mastri, 7 preti, i diacono e 2 chierici. Savuto,
invece, scende a 348 abitanti e Pietramala a 1.164. In poco più di due secoli le
due antiche comunità a destra del fiume perdono circa mille abitanti, mentre il
nuovo paese di San Mango supera i 1.500.
Ultima Principessa è Vincenzina Maria d'Aquino, residente a Napoli, scrive
Castagna, dove conduce vita brillante e gioconda nella splendida villa di
Posillipo. Lo Stato feudale dei d'Aquino Pico è composto da 20 centri urbani con
poco più di 29.000 abitanti; sul Principato di Castiglione i d'Aquino si
intestano la giurisdizione delle seconde cause, il privilegio della zecca e la
riscossione dei diritti di Portulania, e sulla Baronia di Motta si intestano la
giurisdizione delle prime e seconde cause civili, criminali e miste. La
Principessa si reca in Calabria solo due volte, nel 1765 e nel 1790, e
l'amministrazione dei feudi è lasciata ad affittuari, procuratori e
amministratori senza scrupoli.
Il Palazzo baronale che i d'Aquino hanno fatto costruire a San Mango accanto
all'edificio della chiesa parrocchiale dedicata a S. Tommaso è inabitabile, ed
un inventario del 1761 attesta che il fabbricato si trova senza tegole, con le
travi delle camere pericolanti ed il magazzino scassato e con un muro aperto .
Fra gli altri corpi urbani di Casa d'Aquino nell'inventario figurano: il Molino
sottano, funzionante, con una finestra da accomodare, tegole da rivoltare e mura
screpolate; il Molino soprano, abitabile e funzionante, con mura cadenti da
riparare; il Trappeto di acqua per fare olio inutilizzabile; la Taverna con una
camera bassa e una alta, con la stalla senza porta e mura screpolate .
Scrive Rocco Liberti che nel 1758 lo Stato di Savuto è condotto in affitto da
Francesco Vocaturo di Aiello, mentre presso l'archivio di Stato di Lamezia è
conservato un contratto del 1780 tramite il quale la Principessa d'Aquino
affitta i feudi calabresi a don Edoardo Fiore di Sambiase, per un canone di
13.000 ducati annui. Nel documento figurano i beni ed i diritti feudali vantati
su San Mango, che sono così elencati: Censi in contanti, censi nuovi,
Mastrodattia, Bagliva, Taverna, Erbagio di Fabiano, Fronda avanti li Molini,
castagne del Pruno, Annualità che corrisponde l'Università per li Forni, dalli
due Molini in grano, dalle stime di Terraggi, dalli Vignali, dalle stime in
Lupini, dalli due Trappeti, dalle foreste dette Vignali e Fabiano ; il tutto per
un valore di oltre mille ducati.
Nel 1783 il terremoto distrugge il palazzo dei d'Aquino, rovina altre cinque
case e provoca lesioni in un gran numero di abitazioni. Il colosso tettonico,
scrive Gaetano Boca, sconvolge tutto il versante tirrenico dell'Aspromonte, e
dalla Piana di Gioia risale fino a Taverna, ma investe marginalmente il versante
cosentino. Danni lievi si verificano in quattro case e nel castello di Savuto,
ma è negli uliveti e negli alberi da frutto che si registrano molti danni, per
via del vento che causa la perdita di molte piante, sottolinea Liberti.
In un sistema dominato da diritti proibitivi che vietano sia la costruzione di
mulini, trappeti e forni sia la gestione di taverne e locande, alcuni feudatari
si appropriano persino delle acque piovane e nel 1792 in San Mango sono messi in
discussione gli usi civici. Grazie a queste consuetudini, riconosciute fin
dall'epoca di fondazione del villaggio, centinaia di contadini traggono dalla
terra sostentamento per se stessi e per le proprie famiglie. Limitare o negare
gli usi civici vuol dire privare larghi settori di popolazione di una fonte
essenziale di soddisfazione dei bisogni, e solo dopo un lungo braccio di ferro
in San Mango l'uso della colonia sui terreni feudali può essere esercitato dai
contadini dietro pagamento di 50 tomoli di grano all'anno. Pietramala,
dall'altro lato del fiume, continua a registrare insoluta la tassa di
bonatenenza che il barone deve versare all'Università per il possesso dei beni
allodiali, mentre una banda di briganti tormenta i feudi dei d'Aquino, arrivando
a saccheggiare Martirano nel 1797.
Nel 1799 Vincenzina muore senza eredi, i beni passano sotto l'amministrazione
del Regio Demanio ed i titoli nobiliari sono dichiarati estinti per mancanza di
linea. Molte terre del feudo di Santo Mango, però, sono trasmesse per testamento
a Filippo Monforte, nipote del vescovo di Tropea, e da questa successione nasce
un contenzioso che si trascina per lunghi anni, fino alla prima metà
dell'Ottocento. La miseria alimenta i fenomeni criminali e lo Stato delle Anime
redatto nel 1804 dal parroco Gimigliano di San Mango annota come carcerati
Antonio Maria Cicco, Bruno Ianni, Angelo Cicco, Cesare Berardelli e Saverio
Notarianni, ma già nel 1803 Gaspare Moraca muore forzato della Darsena, e negli
anni successivi muoiono Gabriele Torquato nelle carceri di Nicastro, Carmine
Costanzo nelle prigioni di Cosenza e Giuseppe Bonacci nel Bagno di Procida.
L'arrivo dei soldati di Napoleone trova una Calabria conosciuta soltanto per i
terremoti e per i fuorilegge, ed i visitatori che si recano nella regione,
scrive Umberto Caldora, rimangono delusi e colpiti dalle penose e arretrate
condizioni in cui versa la popolazione: paesi irregolari nella topografia; case
di calce e creta che non rispondono a nessun principio igienico o di comodità;
presenza di animali domestici nelle abitazioni; acque stagnanti che diffondono
malaria; strade e ponti inesistenti e unico collegamento con Napoli attraverso
una strada che diventa carrozzabile solo da Lagonegro in poi; abiti semplici e
grossolani; farina di granturco, castagne, avena e lupini usata per la
panificazione; il popolo basso che consuma carne solo in occasione delle feste
religiose e nel Carnevale; pochi ospedali e scarsa disponibilità di posti;
carceri oscure e umide; sepolcri nelle chiese trascurati e a rischio epidemie;
terreni più vasti e fertili in mano a baroni e ordini religiosi; vita municipale
in balìa dello strapotere, degli abusi e delle violenze dei signori feudali;
contadini alla ricerca di terre da lavorare. La coltivazione dei campi viene
eseguita con l'aratro di forma assai rozza e, secondo una testimonianza
dell'epoca, gli abitanti dei comuni di Pietramala e Savutello poco o nulla usano
la zappa. Si tratta, conclude Caldora, di una società avvilita, delusa, scettica
ed esasperata, soprattutto male educata.
Le ultime intestazioni feudali assegnano Savuto al barone Pietrantonio Le Piane
e Pietramala al barone Domenico Giannuzzi Savelli, mentre Maria Beatrice d'Este
Cybo, moglie dell'Arciduca d'Austria Ferdinando d'Asburgo, è l'ultima
intestataria di Aiello, la città che durante il regno aragonese e nella prima
parte del viceregno spagnolo esercita il dominio anche su Pietramala e su
Savuto.
L'entrata in vigore della legge del 1806 che abolisce la feudalità trova,
invece, il feudo di San Mango conteso tra i Monforte, eredi dei d'Aquino, ed il
Comune, entità territoriale istituita dal governo francese con decreto del 1811,
chiamata a sostituire il vecchio Parlamento delle Università ed amministrata dal
Consiglio del Decurionato.
A ripartizione avvenuta, il comune di San Mango, però, risulta senza demani da
dividere, mentre a Savuto sono assegnate 351 moggi di terreno per un valore di
ducati 7.700 e a Pietramala 89 moggi per ducati 1.780. L'abitato di Savuto
diventa frazione di Pietramala ed entra nel Governo di Rogliano; nel 1811 il
comune di Pietramala viene aggregato al Circondario di Aiello, mentre San Mango
è assegnata al Circondario di Martirano, ed entrambi i Circondari fanno parte
del Distretto di Paola, provincia di Calabria Citeriore.
L'albero da frutto è entrato prepotentemente nel sistema agrario meridionale
tanto da modificarne il paesaggio, e nel corso del Settecento un'altra pianta si
diffonde in Calabria soppiantando progressivamente i gelseti abbattuti con
l'accetta: si tratta dell'ulivo. L'olio finisce per rappresentare una delle voci
più importanti delle esportazioni calabresi, tanto che la sua produzione, nella
seconda metà del secolo, arriva a superare quella pugliese.
La situazione economica e sociale dell'epoca viene descritta dalle Statistiche
Murattiane del 1812 e, per quanto riguarda i paesi che orbitano attorno alla
valle, risulta che le acque di cui si fa uso nel Circondario di Aiello
contengono stalattite e terra argillosa, ostruiscono le viscere e contrariano di
molto la digestione; in Savuto sono pregne di terra calcarea, amare per
conseguenza e più dannose. Inoltre, una salma d'olio, composta di rotoli cento
sessanta, in Pietramala, Savuto e San Mango si vende per quindici ducati, contro
gli undici delle altre zone, e questo perché nei comuni sopra menzionati si
trovano grandi oliveti che producono olio buono. Dalle relazioni non emergono
particolari situazioni di criticità, che sono presenti, invece in altri comuni
della provincia, dove le acque utilizzate per la lavorazione del cuoio a
Scigliano, delle piante tigliose a Grimaldi, Altilia e Maione, per la
macerazione dei lini e delle ginestre nel Circondario di Amantea, rendono l'aria
imperfetta e, in alcuni casi, irrespirabile; mentre il Circondario di Amantea
risulta invaso da cani rabbiosi ed edifici cadenti.
Nei dieci anni di governo francese gran parte della popolazione calabrese si
mostra ostile nei confronti delle truppe di occupazione e, dopo la vittoria
dell'esercito inglese nella battaglia di Maida del 4 luglio 1806, l'insurrezione
diventa sollevazione di massa e trovano spazio episodi di banditismo e di
criminalità comune. Il 13 gennaio 1807 Giovanni Cuglietta è ucciso dai soldati
francesi nei pressi di Savuto; poche settimane dopo, il 14 aprile, sempre a
Savuto muore assassinato il parroco Ferdinando Cicero, e l'uccisione desta viva
impressione in tutta la zona.
Con sentenza del 1807 la Commissione Militare di Cosenza condanna a morte
Domenico Antonio Milito, arciprete di Pietramala, accusato di aver incitato alla
rivolta spingendo i suoi concittadini a seguire suo fratello come capomassa. Lo
stesso anno una condanna a cinque anni di ferri viene pronunciata a carico di
Carmine Arlotti di 27 anni, sempre di Pietramala, calzolaio, accusato di aver
partecipato alla rivolta, di essersi posto armato al seguito del capobrigante
Paolo Gualtieri, di saccheggio e di essersi unito ai briganti di Amantea.
Nel 1812 la Corte Speciale condanna a morte con infamia Andrea Catroppa di 27
anni, bracciale, Gabriele Cicco di 25 anni, bracciale, e Giacinto Janni di 28
anni, bracciale, tutti di San Mango, accusati di essersi ridati più volte al
brigantaggio dopo l'indulto, e di altri reati comuni. Ed anche quando i Borbone
tornato a Napoli gli episodi di violenza continuano: nel 1824 è ucciso, nel
territorio di Pietramala, Antonio Forano di 21 anni, oriundo di Savuto, mentre
nel territorio di San Mango muoiono "periti per morte violenta" Giovanni
Torquato ed Angelo Perri nel 1815, Aloisio Manfredi nel 1821, Michele Orlando
nel 1823, Francesco Saverio Moraca nel 1825. Il giorno di Natale del 1825 è
ucciso a San Mango il sacerdote Tommaso Adamo, mentre Giuseppe Putaro e Filippo
Vena, di Savuto, sono prigionieri nel castello di Aiello, dove muoiono nel 1832
e nel 1835.
La disfatta dei Francesi a Waterloo ed il ritorno dei Borbone a Napoli trovano
una Calabria in uscita dal plurisecolare isolamento, dove le energie migliori si
sono liberate e nessun altro futuro governo sarà più in grado di eliminare. E
questo avviene nonostante la durezza dell'occupazione militare francese e
nonostante le offese all'onore familiare, l'arroganza delle perquisizioni, la
sufficienza in nome di una presunta cultura superiore che aveva in dispregio
riti, fede e consuetudini d'antico regime, come scrive Placanica. Nel 1816 il
comune di San Mango è staccato dalla provincia di Cosenza e assegnato a quella
di Catanzaro, di nuova istituzione, nella Calabria Ultra Seconda. Pietramala,
con la frazione di Savuto, resta, invece, nella provincia di Calabria Citeriore.
Nondimeno, gli scambi commerciali, i rapporti di amicizia e le relazioni di
parentela tra le due rive del fiume continuano come nel passato.
A San Mango nel 1832 muore Bruno Ferraro, oriundo di Savuto e marito di Maria
Ruperto; nel 1843 cessa di vivere per morte violenta Giovanni Pagliuso, di
Pietramala, marito di Angela Cicco; nel 1844 muore Raffaele Pagliuso, oriundo
dei Cannavali e marito di Maria Caputo ; lo stesso anno don Saverio de Agostino,
reverendo arciprete e parroco del comune di Pietramala, viene sepolto nella
chiesa parrocchiale di San Mango; e nel 1850 muore Domenico D'Alessio, figlio di
Vincenzo e di Maria Longo di Savuto.
Nel 1832 il paese passa dal Circondario di Martirano a quello di Nocera, e la
ripartizione territoriale civile viene adeguata a quella religiosa, visto che la
Parrocchia di San Mango si trova aggregata alla Forania di Nocera assieme alle
chiese di Castiglione e Falerna.
Nel 1837 un'epidemia di colera colpisce violentemente Napoli e raggiunge la
Calabria. Cittadini provenienti dai comuni albanesi della provincia cosentina
alimentano una sommossa e nel capoluogo si raccolgono uomini e munizioni. San
Mango rimane estranea al morbo e nei registri parrocchiali il parroco annota: "
In questo comune di S. Mango sino a oggi 27 luglio 1843 non si è sofferto tale
attacco per grazia di Dio" .
Una statistica del 1844 assegna 1.151 anime a Pietramala, 552 a Savuto e 2.201 a
San Mango. Ma nel centro sorto sulla riva sinistra del fiume malumori, tensioni,
ribellioni, usurpazioni di terre demaniali, limitazione di usi civici,
arricchimenti illeciti, arresti, processi, condanne al carcere duro, omicidi e
vendette sono i fenomeni che caratterizzato la vita del paese nella prima metà
dell'Ottocento.
Avvenimenti che spingono i cittadini verso una spirale di violenza e di odio, e
nel 1828, scrive Gustavo Valente, "il paese diventa teatro di una delle più
sanguinose lotte di fazione in Calabria, che vede contrapposte fino allo
sterminio le famiglie Moraca e Torquato, per cui il luogo è sottoposto ad
occupazione militare". Intere famiglie di lavoratori agricoli, senza terre da
coltivare, precipitano verso una condizione di estrema povertà, aggravata
ulteriormente nel 1832 dalla decisione del vescovo Franchini di rivendicare al
Seminario di Tropea alcune estese possessioni di terreno abitualmente occupate
dai contadini.
Come tutti i paesi della zona, Pietramala e San Mango partecipano al movimento
risorgimentale contro il governo borbonico. La prima con Nicola Pagliaro,
accusato nel 1847 di cospirare contro la sicurezza dello Stato; e con Federico
Spanò e Luigi Scorza, accusati di complicità in un mancato regicidio. La seconda
con Bruno Sacco e Francesco Floro, accusati nel 1850 di attentato contro la
sicurezza interna dello Stato; e con Giacinto Muraca, accusato nel 1852 di aver
provocato reati contro lo Stato con discorsi tenuti in luogo pubblico e di aver
deformato stemmi reali per solo disprezzo.
Nel 1848 la miseria e la povertà spingono i contadini ad occupare le terre
demaniali e baronali: succede a Lago, in provincia di Cosenza, e succede pure a
San Mango, dove un centinaio di naturali del luogo si dirige nei fondi Vignali e
Fabiano, si appropria di fichi secchi e vino e assale un casale del De Gattis.
In altre zone si verificano rivolte contro gli ordinamenti ed i contadini
bruciano i municipi a Lago e a Nocera Terinese.
Al momento dell'Unità d'Italia, scrive Gaetano Cingari, la Calabria manifesta,
se non fattori di saldo sviluppo, elementi dinamici che ne hanno in qualche
misura differenziato le strutture economiche e sociali. San Mango è attestata su
una popolazione di 2.236, mentre il vicino centro di Savuto, dal quale il paese
ha tratto le origini, diventa frazione e conta appena 500 abitanti. Pietramala,
che aggrega pure la frazione di Savuto, arriva a contare complessivamente 1.515
abitanti e nel 1863 il paese cambia la denominazione in Cleto. Lo stesso anno al
nome di San Mango viene aggiunta la parola "d'Aquino". Nel 1865 in ogni comune è
istituita la Condotta Medica e nel 1877 la frequenza alle prime tre classi della
scuola elementare è resa obbligatoria e gratuita.
Scrive Placanica che tra l'estate del 1860 e la metà del 1861 si consuma in
Calabria il definitivo consolidamento di quella borghesia che aveva sostenuto
Garibaldi, mentre poi, lentamente, si vede che non è ancora giunto il momento
della vittoria definitiva dei contadini. Ed anche con l'Italia unita il problema
delle strade è presente nello scenario calabrese. La nazionale napoleonica,
fatta costruire con decreto del 1810 da Lagonegro a Reggio, nei mesi invernali è
interrotta in più punti e chi affronta un viaggio "si disponea a far testamento
tanto n'era incerto il rimpatriare". San Mango è collegata con Nocera da un
sentiero chiamato Sferracavallo .
In presenza di una legge nazionale che delega agli Enti Locali il compito e la
spesa per la creazione di infrastrutture in settori strategici come la scuola e
la viabilità, le comunità della Calabria decidono di risolvere da sole il
problema delle strade, visto il fiacco impegno dei governi a migliorare le sorti
della popolazione. Nel 1876 San Mango, riunita in consorzio con Gizzeria,
Falerna e Nocera, viene collegata con il Bivio Bagni da una strada rotabile; il
servizio postale diventa giornaliero e lo stesso anno viene impiantata la rete
telegrafica. I collegamenti con le terre di Martirano, invece, sono mantenuti
attraverso le mulattiere ed i tratti ancora percorribili dell'antica via romana.
Nel 1886 viene costruito il ponte sul fiume Grande, a Nocera, ed il commercio
comincia a spostarsi dalle terre a destra del Savuto verso Nicastro.
Anche la Ferrovia svolge un ruolo importante nel campo delle comunicazioni, ma
questo mezzo di trasporto è penalizzato dall'assenza di stazioni intermedie. Il
collegamento dei territori di San Mango e Savuto con un ponte sul fiume rimane
un sogno, così come rimane sulla carta il progetto autorizzato con legge del
1879, riguardante il collegamento ferroviario Cosenza - Nocera Terinese;
un'opera, questa, sollecitata dalla Provincia di Cosenza nel 1901, che prevede
il passaggio della Ferrovia lungo tutto il territorio di San Mango, nella bassa
valle del fiume Savuto.
Tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento la società calabrese tocca
il punto più alto del suo malessere, ma la regione non conosce né forme di
sciopero, né leghe né segni concreti di cooperazione. L'unica forma di
associazionismo, con i limiti derivanti dall'egemonia borghese e dall'assenza di
un movimento con finalità alternative, è quello delle società di mutuo soccorso,
scrive Cingari. Nel 1907 viene fondata la Società Operaia Agricola Cattolica di
Mutuo Soccorso di San Mango d'Aquino , e già entriamo in un nuovo secolo.
Altri cento anni di storia che iniziano con Cleto che conta 1.575 abitanti e San
Mango 2.001. Nei due centri viene portata la luce elettrica e l'economia
continua ad essere in prevalenza a base agricola, con produzione di olive, uve
da vino e cereali e con l'allevamento del baco da seta; Cleto si distingue per i
fichi essiccati al sole, San Mango per l'industria del legno e per la produzione
di carbone.
Nel 1926 sessantasette emigranti fondano a Scranton, in Pennsylvania, la
"Società di San Mango d'Aquino di Mutuo Soccorso" ed il sodalizio finanzia il
Monumento ai Caduti in Piazza Roma e l'acquisto del primo edificio delle scuole
elementari in località Arella. Nel 1928 Cleto viene retrocessa a frazione ed
aggregata ad Aiello, ma nel 1934 la cittadina ottiene di nuovo l'autonomia
amministrativa e torna ad essere un Comune.
Il poeta sammanghese Domenico Adamo, al ritorno da Napoli (dove si è recato per
perfezionare il mestiere di sarto), si trasferisce a Cleto e nel 1910 sposa
Francesca Ferraro, figlia di Tommaso, commerciante. Mentre il giovane Carmine
Ferrari, nelle giornate passate in campagna, ascolta dalla voce della mamma
Mariuzza le storie del brigante Musolino e le favole che parlano di galline
dalle uova d'oro, e osserva la donna guardare lontano, oltre il fiume Savuto,
verso il luogo della sua gioventù, da dove è partita con un carico di speranza
nel cuore, per sposarsi a San Mango ed affrontare una nuova vita.
Nel referendum del 1946 vince la Repubblica : 881 voti a Cleto e 643 a San
Mango, contro i 543 ed i 329 voti espressi a favore della Monarchia.
Nel 1951 inizia il Festival di Sanremo, diffuso in diretta dalla radio; vince
Nilla Pizzi con la canzone "Grazie dei Fiori". Cleto, in quest'anno, raggiunge
la punta massima di popolazione, con 3.363 abitanti, mentre San Mango arriva a
2.404 e lo stesso anno, a Cleveland, in America, gli emigrati sammanghesi si
riuniscono per celebrare per la prima volta la festa della Madonna della Buda.
La banda musicale di San Mango, nel pieno della sua attività, diventa la banda
di Savuto ed è chiamata a suonare in tutte le festività civili e religiose.
Sono tempi in cui i poveri soffrono la fame, nelle campagne italiane cinque
milioni di piccoli proprietari posseggono gli stessi ettari di terra di 520
grandi proprietari; un muratore guadagna meno di 5.000 lire al mese ed un paio
di scarpe costa circa 2.000 lire, un pane 30 lire ed un litro di vino 60 lire;
una bicicletta costa 20.000 lire, un televisore 150.000 lire ed il costo del
biglietto della Lotteria Italia è di 500 lire, con un primo premio di 100
milioni. In Calabria l'UNICEF avvia un programma di aiuti per organizzare le
refezioni scolastiche e nei comuni funziona l'ECA, l'Ente Comunale di
Assistenza.
Le condizioni complessive della società calabrese sono ancora arretrate. I
contadini continuano a rimanere senza lavoro e senza pane e muovono nuovamente
verso l'occupazione di terre incolte e abbandonate. Nel 1946 a Calabricata,
durante una manifestazione, è uccisa una donna; nel 1949 a Melissa tre
dimostranti muoiono sotto il piombo della polizia. Su un totale di 477 mila
famiglie, il 38 per cento sono misere o disagiate. Il governo emana la "Legge
Sila" per la distribuzione delle terre ai contadini ed istituisce la Cassa per
il Mezzogiorno. Il duplice intervento speciale, scrive Cingari, contribuisce
alla tenuta del territorio e, con il concorso di altri fattori indotti dalla
politica nazionale, alla definizione di una realtà regionale se non proprio
sviluppata, certo "trasformata". Ma l'esodo della popolazione continua e le
politiche adottate né lo frenano né ne curano le cause.
Tra il 1951 ed il 1971 la Calabria perde 690 mila abitanti, che vanno ad
aggiungersi all'emigrazione netta di 782 mila unità nel periodo 1871-1951. Nel
1961 San Mango e Cleto contano quasi lo stesso numero di abitanti. Cleto 2.492,
e c'è più gente nella frazione di Savuto (1.180) che nel capoluogo (1.109); il
resto vive nella frazione di Torbido (203). San Mango 2.411, di cui 253 in case
sparse. I dati Istat del 2001 assegnano a Cleto 1.373 abitanti, con 847
abitazioni a fronte di 486 famiglie, e a San Mango 1.864 abitanti, con 863
abitazioni a fronte di 755 famiglie. Insieme, Cleto e San Mango negli ultimi
cinquant'anni perdono più di 2.500 abitanti.
Intorno al 1975 la Calabria è investita dal fenomeno delle radio libere e
nascono Radio S. Mango Libera prima e Radio Antenna Centrale poi; due emittenti
private che riuniscono ancora una volta comunità delle province di Catanzaro e
di Cosenza, favorendo e rinnovando rapporti economici, relazioni sociali,
amicizie e persino nuove unioni coniugali. Luigi Maria Perri, giornalista Rai,
in un libro scrive: ascoltare la radio di San Mango, per noi di Rogliano, è come
mettersi in contatto con la BBC. Nel concorso di poesia organizzato nel 1978
dall'emittente di Angelo Raso una segnalazione di merito viene destinata a " Il
film del mio passato" , un componimento inviato da una giovane di Savuto,
assidua ascoltatrice della radio, tragicamente scomparsa proprio nei giorni
della premiazione, che noi vogliamo ricordare con lo pseudonimo di Ragazza del
Talismano da lei stessa scelto per firmare la sua poesia.
L'attenzione degli emigrati verso la terra di origine è forte, e oltre Oceano
vengono fondate associazioni allo scopo di preservare la cultura e le tradizioni
dei paesi natii. Mossi dalla nostalgia e dal ricordo delle tradizioni lontane,
gli emigrati ripetono all'Estero le celebrazioni più importanti delle comunità
di origine ed organizzano processioni con simulacri che sono copie autentiche di
statue esistenti nei luoghi della loro infanzia: la Madonna del Soccorso per
Savuto e Maria SS. delle Grazie per San Mango. Roberto Chiarelli, nato da
genitori di Cleto, diventa Sindaco di Ottawa, mentre Giovanni Chieffallo, nato a
San Mango ed emigrato dopo il diploma, è nominato componente della Consulta
Regionale dell'Emigrazione in rappresentanza del Canada.
Antonio Chieffallo, un sammanghese che ha passato la giovinezza nelle terre del
Savuto, emigrato in America nel 1957, racconta il suo viaggio da mulattiere fino
a Grimaldi, di notte, lungo i sentieri scoscesi che costeggiano il fiume, e
parla delle voci che si levano dalle case di campagna sparse lungo la valle e
dei fuochi che si vedono fino al paese di Savuto.
Eugenio Chieffallo, altro poeta di San Mango, nel duetto tra Gioacchino e Marisa
racconta le vicende di un'epoca in cui i giovanotti sammanghesi vanno a Savuto
per cercare le signorine già munite del "passi" e la coppia, una volta unita in
matrimonio, parte per l'America in cerca di un destino migliore.
Rapporti e relazioni che sono esistiti nel tempo e che hanno stretto in un
abbraccio ideale popoli diversi, gente di Cleto, di Savuto, di San Mango, uomini
e donne che si sono incontrati e si sono conosciuti, e, insieme, hanno
acquistato e venduto merci, hanno scambiato i prodotti della terra, hanno
vissuto feste, hanno organizzato serate, hanno inseguito sogni, hanno realizzato
desideri...
Questa è la storia di paesi che, in epoche diverse, sono sorti e si sono
sviluppati lungo le sponde opposte del Savuto.
Paesi che il fiume non ha mai diviso.
Armando Orlando (5 marzo 2006)
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